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domenica 22 novembre 2015

La Vita di Ermenegilda ~ Parte 2 | RaccontaciUnaStoria... #2

Mario aveva tanti difetti, ed amavo soprattutto quelli. Sono proprio i difetti a renderci unici. Quante persone divertenti, simpatiche, educate o gentili conoscete? E quanti ragazzi conoscete che odiano i biscotti rotondi? Mario era talmente fissato con ‘sta cosa che mi obbligava a non comprare i pan di stelle, nonostante piacessero a entrambi. E io, per dispetto, gli compravo gli oro saiwa. Era anche tignoso, maledettamente tignoso. Nonostante gli facessero schifo, faceva colazione con gli oro saiwa e ci faceva pure la pappetta, fissandomi tutto il tempo come a dire ‘Lo vedi? Sono rettangolari, quindi li mangio!’. E se ne andava nervoso e imbronciato, mentre il suo stomaco cominciava a protestare per lo schifo che aveva ingerito. Io lo salutavo gridandogli dietro.
-Buona giornata, mio dolce bebè!-
Dopo vent’anni insieme, ancora mi chiedo cosa mi mugugnasse in risposta.
In effetti ne aveva parecchie, di fisse. Alcune anche molto fastidiose. Ma lo ammetto, le adoravo. Colpa forse dell’amore, magari son pazza io, ma quando mi borbottava “Prima o poi quelle formine rotonde te le butto via” io mi voltavo, ridevo sotto i baffi e annuivo. Odiava le mattonelle a macchie, le lenzuola, i pigiami di pile, le felpe da donna. Quella dei pigiami dei pile non glie l’ho mai perdonata. Un giorno prese tutti i miei adorati pigiamoni e li buttò nel fuoco, rischiando anche di bruciare casa. Era uno di quei momenti in cui io fuggivo e lui si sfogava sulla casa. Tra quei pigiami però c’era l’ultimo regalo di mia nonna, morta quand’ero piccolina. Quando lo scoprii me ne andai per una settimana. Quello fu l’unico litigio serio, tra noi. Quando scoprii dove mi ero nascosta –casa della mia migliore amica. Ci mise una settimana, il genio!- entrò come una furia, mi corse in contro, mi abbracciò, poi mi tirò su di peso e mi riportò a casa.
Quella notte non chiudemmo occhio.
Credo che quella fu una delle serate più focose della mia vita. Sono i momenti che preferisco ricordare, quando ripenso a lui. Alcuni non lo capiscono o non l’hanno mai capito, ma una donna si sente perfettamente amata quando vede che l’uomo la desidera. Per far sentire bene una donna, a volte, basta uno sguardo. E lo sguardo che mi rivolse quella sera, nella penombra della nostra stanza, mi si è inciso a fuoco nella mente. Finisco sempre col paragonarlo con gli occhi chiusi che aveva quando l’ho trovato morto, su un qualsiasi letto d’ospedale. So che era magro, pallido, con i capelli spenti e la pelle floscia. Ma riesco a ricordare solo le sue palpebre chiuse.
Morire a cinquant’anni a causa di un incidente del genere è una maledizione. Un ragazzino ubriaco si butta in strada con il macchinone del papino ricco e tu, povero mortale obbligato a lavorare tutti i giorni per campare, ti becchi il cofano del macchinone nello sterno, finisci in coma per un po’ poi crepi come uno stronzo. La tua unica colpa? Essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Per la cronaca: il ragazzino non è stato condannato perché ‘incapace di intendere e di volere’. Esattamente come me quando, appena sentita la sentenza, mi sono alzata e sono andata a prendere a ceffoni prima il figlio, poi la madre. Purtroppo, sono stata portata via prima di arrivare dal padre. E io sono finita in galera per un po’, nonostante tutto. La vita è così, purtroppo. Ma quando sono uscita, ho raggiunto casa del ragazzino e l’ho aspettato all’ingresso. Appena uscito, l’ho afferrato per un orecchio e l’ho trascinato in un angolo. Gli ho fatto fare tardi a scuola, ma sono riuscita a mettergli in testa un paio di cosette.
Sono passati sei anni e sono contenta di dire che ora ha una laurea e fa il medico chirurgo. Io passo la mia vita a pascolare per casa, quando non lavoro. Rido e ripenso alla mia vita. Una volta mia figlia è entrata e mi ha trovata piegata in due dalle risate. La prima cosa che deve aver pensato sarà stata “E’ arrivata di cottura”. E invece no, per fortuna. Accomodateci in sala, sulle belle poltroncine fiorite cucite a mano dal mio defunto marito, gli raccontai del nostro primo appuntamento.

Avremmo dovuto incontrarci in piazza, ma io avevo la febbre e il ciclo. Non mi sembrava il caso di andare, così gli avevo chiesto di rimandare. Lui aveva chiuso la chiamata e aveva suonato a casa mia. La mia migliore amica lo aveva accompagnato direttamente davanti all’ingresso.
-Salve- aveva salutato arcigna mia madre, aperto il portone.
-Sono qui per vedere sua figlia. So che sta poco bene-
-Non ti conosco ragazzo. Sparisci- disse, per poi sbattergli il portone in faccia. Credo che quel ‘ragazzo’ gli fosse bruciato parecchio. Si sedette di fronte casa mia e aspettò. Circa dieci minuti, il tempo necessario perché mia madre mi tirasse giù dal letto per dirmi di cacciare ‘il ragazzino davanti alla porta’. Scendendo, mi dissi che non era possibile. Aprii il portone.
-Tu sei scemo- lo salutai, tirando su col naso.
-Al massimo sono un cretino, milady- disse, inchinandosi e baciandomi elegantemente la mano. Io scoppiai a ridergli in faccia e lo trascinai dentro casa.
-Papà, mamma, lui è…-
-Sono l’uomo di vostra figlia, e la amo con tutto il cuore- se ne uscì lui.

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