Mario
aveva tanti difetti, ed amavo soprattutto quelli. Sono proprio i difetti a
renderci unici. Quante persone divertenti, simpatiche, educate o gentili
conoscete? E quanti ragazzi conoscete che odiano i biscotti rotondi? Mario era
talmente fissato con ‘sta cosa che mi obbligava a non comprare i pan di stelle,
nonostante piacessero a entrambi. E io, per dispetto, gli compravo gli oro
saiwa. Era anche tignoso, maledettamente tignoso. Nonostante gli facessero
schifo, faceva colazione con gli oro saiwa e ci faceva pure la pappetta,
fissandomi tutto il tempo come a dire ‘Lo vedi? Sono rettangolari, quindi li
mangio!’. E se ne andava nervoso e imbronciato, mentre il suo stomaco
cominciava a protestare per lo schifo che aveva ingerito. Io lo salutavo
gridandogli dietro.
-Buona
giornata, mio dolce bebè!-
Dopo
vent’anni insieme, ancora mi chiedo cosa mi mugugnasse in risposta.
In
effetti ne aveva parecchie, di fisse. Alcune anche molto fastidiose. Ma lo
ammetto, le adoravo. Colpa forse dell’amore, magari son pazza io, ma quando mi
borbottava “Prima o poi quelle formine rotonde te le butto via” io mi voltavo,
ridevo sotto i baffi e annuivo. Odiava le mattonelle a macchie, le lenzuola, i
pigiami di pile, le felpe da donna. Quella dei pigiami dei pile non glie l’ho
mai perdonata. Un giorno prese tutti i miei adorati pigiamoni e li buttò nel
fuoco, rischiando anche di bruciare casa. Era uno di quei momenti in cui io
fuggivo e lui si sfogava sulla casa. Tra quei pigiami però c’era l’ultimo
regalo di mia nonna, morta quand’ero piccolina. Quando lo scoprii me ne andai
per una settimana. Quello fu l’unico litigio serio, tra noi. Quando scoprii
dove mi ero nascosta –casa della mia migliore amica. Ci mise una settimana, il
genio!- entrò come una furia, mi corse in contro, mi abbracciò, poi mi tirò su
di peso e mi riportò a casa.
Quella
notte non chiudemmo occhio.
Credo che
quella fu una delle serate più focose della mia vita. Sono i momenti che
preferisco ricordare, quando ripenso a lui. Alcuni non lo capiscono o non
l’hanno mai capito, ma una donna si sente perfettamente amata quando vede che
l’uomo la desidera. Per far sentire bene una donna, a volte, basta uno sguardo.
E lo sguardo che mi rivolse quella sera, nella penombra della nostra stanza, mi
si è inciso a fuoco nella mente. Finisco sempre col paragonarlo con gli occhi
chiusi che aveva quando l’ho trovato morto, su un qualsiasi letto d’ospedale.
So che era magro, pallido, con i capelli spenti e la pelle floscia. Ma riesco a
ricordare solo le sue palpebre chiuse.
Morire a
cinquant’anni a causa di un incidente del genere è una maledizione. Un
ragazzino ubriaco si butta in strada con il macchinone del papino ricco e tu,
povero mortale obbligato a lavorare tutti i giorni per campare, ti becchi il
cofano del macchinone nello sterno, finisci in coma per un po’ poi crepi come
uno stronzo. La tua unica colpa? Essere nel posto sbagliato al momento
sbagliato. Per la cronaca: il ragazzino non è stato condannato perché ‘incapace
di intendere e di volere’. Esattamente come me quando, appena sentita la
sentenza, mi sono alzata e sono andata a prendere a ceffoni prima il figlio,
poi la madre. Purtroppo, sono stata portata via prima di arrivare dal padre. E
io sono finita in galera per un po’, nonostante tutto. La vita è così,
purtroppo. Ma quando sono uscita, ho raggiunto casa del ragazzino e l’ho
aspettato all’ingresso. Appena uscito, l’ho afferrato per un orecchio e l’ho
trascinato in un angolo. Gli ho fatto fare tardi a scuola, ma sono riuscita a
mettergli in testa un paio di cosette.
Sono
passati sei anni e sono contenta di dire che ora ha una laurea e fa il medico
chirurgo. Io passo la mia vita a pascolare per casa, quando non lavoro. Rido e
ripenso alla mia vita. Una volta mia figlia è entrata e mi ha trovata piegata
in due dalle risate. La prima cosa che deve aver pensato sarà stata “E’
arrivata di cottura”. E invece no, per fortuna. Accomodateci in sala, sulle
belle poltroncine fiorite cucite a mano dal mio defunto marito, gli raccontai
del nostro primo appuntamento.
Avremmo
dovuto incontrarci in piazza, ma io avevo la febbre e il ciclo. Non mi sembrava
il caso di andare, così gli avevo chiesto di rimandare. Lui aveva chiuso la
chiamata e aveva suonato a casa mia. La mia migliore amica lo aveva
accompagnato direttamente davanti all’ingresso.
-Salve-
aveva salutato arcigna mia madre, aperto il portone.
-Sono qui
per vedere sua figlia. So che sta poco bene-
-Non ti
conosco ragazzo. Sparisci- disse, per poi sbattergli il portone in faccia.
Credo che quel ‘ragazzo’ gli fosse bruciato parecchio. Si sedette di fronte
casa mia e aspettò. Circa dieci minuti, il tempo necessario perché mia madre mi
tirasse giù dal letto per dirmi di cacciare ‘il ragazzino davanti alla porta’.
Scendendo, mi dissi che non era possibile. Aprii il portone.
-Tu sei
scemo- lo salutai, tirando su col naso.
-Al
massimo sono un cretino, milady- disse, inchinandosi e baciandomi elegantemente
la mano. Io scoppiai a ridergli in faccia e lo trascinai dentro casa.
-Papà,
mamma, lui è…-
-Sono
l’uomo di vostra figlia, e la amo con tutto il cuore- se ne uscì lui.
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