-Al primo
appuntamento? Scherzi, mamma?- la capivo, la mia piccola Giada.
-Tuo
padre era un folle, tesoro mio. Da giovane, ancor più che da vecchio-
-Santo
cielo, non sposerei mai un uomo così!-
-Temo
proprio che tu lo stia per fare, tesoro mio-
-Andrea
non è così- borbottò.
-La prima
cosa che gli ho sentito dire è stata ‘Io mi scopo sua figlia!’. Dopo ha avuto
la decenza di arrossire, te lo concedo. Ma non è stato esattamente molto
diplomatico nel presentarsi-
-…Continua
a raccontare- Giada annuì, rossa in viso.
Io mi
voltai verso di lui e gli mollai un ceffone.
-Tu non
sei il niente di nessuno. Ancora non siamo andati a letto insieme, quindi non
se ne fa niente!- gli risposi, un momento prima che i miei si strozzassero. Mia
madre per la sorpresa e l’indignazione, mio padre per tentare di non ridere.
-Gilda,
ma cosa vai dicendo!- sbottò mia madre.
-Mamma,
ho trent’anni. Spero tu non creda che io sia ancora vergine-
Mia madre
svenne e mio padre, ignorandola, fissò gli occhi chiari sul mio futuro marito.
-Tu dici
di amare mia figlia. Perché?-
-Perché
sua figlia non fa rumore quando mangia. E io posso vedere i miei film in pace-
Mio padre
scoppiò a ridere di cuore, recuperò mio madre da terra e la trascinò in
salotto. Dio solo sa perché, ma lo trovava divertente.
-Andate
pure di sopra, ragazzi!-
Ci
avviammo verso la mia stanza, ma mentre salivano le scale Mario inciampò, cadde
e svenne. Lo portammo all’ospedale, ma l’unico danno che si era procurato era
un grosso bernoccolo in fronte. Del suo ego ferito, mi occupai quella sera,
quando riuscimmo a restarcene da soli.
Mia
figlia se ne andò ridendo. Voltandomi, quella sera, sentii le labbra cadermi
verso il basso. Ripensavo ai miei figli. Giada, la seconda, si stava per
sposare. Lei non se ne rendeva conto, ma il suo futuro marito assomigliava
tanto al padre. Era meno strano, meno particolare, ma avevo lo stesso modo di
scherzare, lo stesso sorriso da ragazzino. La stessa vitalità. Non potei fare a
meno di farmi scappare un singhiozzo. Cercai di fermare gli altri, una mano
davanti alla bocca a soffocare il respiro. Ma sentivo quel peso che da ormai
parecchio tempo mi trascinavo dietro. Tutta questa storia del matrimonio mi
pesava. Non faceva che ricordarmi il mio, di matrimonio, di quei vent’anni che
non sarebbero mai diventati venticinque. Di quel marito che non sarebbe mai
diventato nonno. E mi dispiaceva, sapevo che non avrei dovuto sentirmi così. Il
matrimonio è uno di quegli eventi che ti rimangono dentro, come il primo giorno
delle elementari. Solo che uno te lo ricorderai per tutta la vita, l’altro sarà
il ricordo di tutta la tua vita. Il matrimonio è una svolta. E’ il momento in
cui sbatti in faccia al mondo che ‘sì, amo quest’uomo, ve lo confermo e ci
metto la firma!’. Non ti puoi dimenticare il tuo matrimonio, se all’altare hai
portato la persona giusta. Io non l’ho dimenticato. E non credo che potrei
farlo, considerata la quantità di casini che sono successi.
Il mio
matrimonio fu pregno della follia di Mario. Feci l’errore di dargli carta
bianca. Ci impiegai un mese, sì, un mese che Mario passò a chiedermi, pregarmi,
scongiurarmi e qualsiasi altro sinonimo di ‘pregare’.
-Tesoro,
posso organizzare il nostro matrimonio?-
-Tesoro,
perché dovresti organizzare il nostro matrimonio?-
-Perché
mi ami- quando cominciava a rispondermi così, solitamente finivamo a letto. E
non a dormire.
-E tu non
mi ami?- gli chiedevo io, dandogli un buffetto.
-Certo-
rispondeva, sorridendo e abbracciandomi languidamente.
-Allora
il matrimonio lo organizziamo insieme- concludevo io.
Dopo un
mese di discussione/letto mi decisi a dargli l’okay. D’altronde non era tipo da
insistere così tanto, lui. Doveva essere davvero importante.
E infatti
fu importante. Più che altro fu un importante figura di merda.
Possiamo
riassumere il mio matrimonio così:
-Le luci
si spengono improvvisamente durante la funzione;
-Io
scopro che il mio vestito si illumina al buio;
-Mario,
radioso come una lampadina, mi trascina sul palco ignorando completamente il
prete boccheggiante;
-Gli
invitati se ne vanno indignati, non prima di aver consumato mezzo buffet;
-Io,
Mario e i nostri quattro amici ci diamo alla pazza gioia sul palco;
-Andiamo
a mangiare e finiamo con l’ubriacarci;
-Corriamo
al lago e siamo ad un passo dal fare un orgia;
-Mario si
ricorda di essere mio marito, anche se da poco, e mi trascina via seminuda fino
a casa nostra.
Nel
momento stesso in cui il mio vestito si era illuminato, al calar delle luci,
sapevo che c’era lo zampino dell’uomo che avevo sposato. Non gliene feci mai
una colpa, anzi. Nonostante con lui non l’avessi mai ammesso, ero convinta che
non avrei potuto desiderare matrimonio migliore. Era così atipico, così
spontaneo, festoso, così… nostro. Il matrimonio è un momento tuo, tuo e del tuo
partner. Perché dovresti condividerlo con altri? Perché dovrei rispettare
regole e tradizioni costruite in tempi così antichi da non essere
rintracciabili, se non voglio? Era questo che significava per me. Eravamo
uniti, eravamo marito e moglie, e lo eravamo diventati a modo nostro.
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