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martedì 24 novembre 2015

La Vita di Ermenegilda ~ Parte 3 | RaccontaciUnaStoria... #3

-Al primo appuntamento? Scherzi, mamma?- la capivo, la mia piccola Giada.
-Tuo padre era un folle, tesoro mio. Da giovane, ancor più che da vecchio-
-Santo cielo, non sposerei mai un uomo così!-
-Temo proprio che tu lo stia per fare, tesoro mio-
-Andrea non è così- borbottò.
-La prima cosa che gli ho sentito dire è stata ‘Io mi scopo sua figlia!’. Dopo ha avuto la decenza di arrossire, te lo concedo. Ma non è stato esattamente molto diplomatico nel presentarsi-
-…Continua a raccontare- Giada annuì, rossa in viso.


Io mi voltai verso di lui e gli mollai un ceffone.
-Tu non sei il niente di nessuno. Ancora non siamo andati a letto insieme, quindi non se ne fa niente!- gli risposi, un momento prima che i miei si strozzassero. Mia madre per la sorpresa e l’indignazione, mio padre per tentare di non ridere.
-Gilda, ma cosa vai dicendo!-  sbottò mia madre.
-Mamma, ho trent’anni. Spero tu non creda che io sia ancora vergine-
Mia madre svenne e mio padre, ignorandola, fissò gli occhi chiari sul mio futuro marito.
-Tu dici di amare mia figlia. Perché?-
-Perché sua figlia non fa rumore quando mangia. E io posso vedere i miei film in pace-
Mio padre scoppiò a ridere di cuore, recuperò mio madre da terra e la trascinò in salotto. Dio solo sa perché, ma lo trovava divertente.
-Andate pure di sopra, ragazzi!-
Ci avviammo verso la mia stanza, ma mentre salivano le scale Mario inciampò, cadde e svenne. Lo portammo all’ospedale, ma l’unico danno che si era procurato era un grosso bernoccolo in fronte. Del suo ego ferito, mi occupai quella sera, quando riuscimmo a restarcene da soli.

Mia figlia se ne andò ridendo. Voltandomi, quella sera, sentii le labbra cadermi verso il basso. Ripensavo ai miei figli. Giada, la seconda, si stava per sposare. Lei non se ne rendeva conto, ma il suo futuro marito assomigliava tanto al padre. Era meno strano, meno particolare, ma avevo lo stesso modo di scherzare, lo stesso sorriso da ragazzino. La stessa vitalità. Non potei fare a meno di farmi scappare un singhiozzo. Cercai di fermare gli altri, una mano davanti alla bocca a soffocare il respiro. Ma sentivo quel peso che da ormai parecchio tempo mi trascinavo dietro. Tutta questa storia del matrimonio mi pesava. Non faceva che ricordarmi il mio, di matrimonio, di quei vent’anni che non sarebbero mai diventati venticinque. Di quel marito che non sarebbe mai diventato nonno. E mi dispiaceva, sapevo che non avrei dovuto sentirmi così. Il matrimonio è uno di quegli eventi che ti rimangono dentro, come il primo giorno delle elementari. Solo che uno te lo ricorderai per tutta la vita, l’altro sarà il ricordo di tutta la tua vita. Il matrimonio è una svolta. E’ il momento in cui sbatti in faccia al mondo che ‘sì, amo quest’uomo, ve lo confermo e ci metto la firma!’. Non ti puoi dimenticare il tuo matrimonio, se all’altare hai portato la persona giusta. Io non l’ho dimenticato. E non credo che potrei farlo, considerata la quantità di casini che sono successi.
Il mio matrimonio fu pregno della follia di Mario. Feci l’errore di dargli carta bianca. Ci impiegai un mese, sì, un mese che Mario passò a chiedermi, pregarmi, scongiurarmi e qualsiasi altro sinonimo di ‘pregare’.
-Tesoro, posso organizzare il nostro matrimonio?-
-Tesoro, perché dovresti organizzare il nostro matrimonio?-
-Perché mi ami- quando cominciava a rispondermi così, solitamente finivamo a letto. E non a dormire.
-E tu non mi ami?- gli chiedevo io, dandogli un buffetto.
-Certo- rispondeva, sorridendo e abbracciandomi languidamente.
-Allora il matrimonio lo organizziamo insieme- concludevo io.
Dopo un mese di discussione/letto mi decisi a dargli l’okay. D’altronde non era tipo da insistere così tanto, lui. Doveva essere davvero importante.
E infatti fu importante. Più che altro fu un importante figura di merda.
Possiamo riassumere il mio matrimonio così:
-Le luci si spengono improvvisamente durante la funzione;
-Io scopro che il mio vestito si illumina al buio;
-Mario, radioso come una lampadina, mi trascina sul palco ignorando completamente il prete boccheggiante;
-Gli invitati se ne vanno indignati, non prima di aver consumato mezzo buffet;
-Io, Mario e i nostri quattro amici ci diamo alla pazza gioia sul palco;
-Andiamo a mangiare e finiamo con l’ubriacarci;
-Corriamo al lago e siamo ad un passo dal fare un orgia;
-Mario si ricorda di essere mio marito, anche se da poco, e mi trascina via seminuda fino a casa nostra.

Nel momento stesso in cui il mio vestito si era illuminato, al calar delle luci, sapevo che c’era lo zampino dell’uomo che avevo sposato. Non gliene feci mai una colpa, anzi. Nonostante con lui non l’avessi mai ammesso, ero convinta che non avrei potuto desiderare matrimonio migliore. Era così atipico, così spontaneo, festoso, così… nostro. Il matrimonio è un momento tuo, tuo e del tuo partner. Perché dovresti condividerlo con altri? Perché dovrei rispettare regole e tradizioni costruite in tempi così antichi da non essere rintracciabili, se non voglio? Era questo che significava per me. Eravamo uniti, eravamo marito e moglie, e lo eravamo diventati a modo nostro.

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