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giovedì 26 novembre 2015

La Vita di Ermenegilda ~ Parte 4 | RaccontaciUnaStoria... #4

Ognuno soffre in modo diverso. Non esiste una persona completamente uguale ad un’altra, ma esistono persone simili. Persone che si riconoscono al primo incontro, quasi fosse ‘destino’. A volte succede che queste persone abbiano bisogno di andarsene. Altre, se ne vanno e basta.
La mia reazione a quest’assenza fu lenta a farsi sentire. All’inizio era come se non fosse cambiato nulla. Mi sembrava quasi d’alzarmi al tocco delle sue dita, ancora. Alcune mattine, avevo bisogno di allungare la mano e sentire il materasso freddo per convincermi che fosse morto. Col tempo, cominciai a fare fatica ad alzarmi la mattina. Era come se, nonostante la sveglia e il sole, e il calore e tutto il resto, non fosse ancora il momento di alzarsi.
Dov’era quella voce che mi strappava dal sonno?
Dov’erano quelle dita forti, delicate che mi solleticavano scherzosamente?
Sentivo una mancanza fisica di quei momenti. Sentivo le ombre, ricordi tattili del mio corpo di quei momenti e sembrava semplicemente impossibile che fossero destinate a sbiadire. Ma mi abituai. Mi abituai ad alzarmi, mi abituai a vivere da sola, senza statuette maldestramente intagliate, senza sguardi ostili e pappette di latte e oro saiwa, scoppi di rabbia, film sparati a volume indecente nella camera da letto, musica canticchiata a fior di labbra nell’attesa di mangiare insieme, o di un’amichevole discussione sull’ultimo film di PincoPanco o su quanto facesse schifo in quel film PancoPinco.
Un’unica cosa non superai mai: la notte. Al calar del sole, dopo che la cena era stata digerita e il corpo indolenzito chiedeva solo le carezzevoli cure del letto, mi sdraiavo. Spenta la luce, rimessa la sveglia, chiudevo gli occhi. E mentre il sonno mi anestetizzava cercavo quel calore familiare accanto a me. Tutte le sere finivo col convincermi che ero pazza, che mi fossi inventata tutto. Non era esistito nessun Mario, non c’era stato nessun matrimonio, nessun incidente. Cosa poteva provare il contrario, tra le ombre della notte? Potevo essermi sognata tutto: lui, il suo aspetto, le sue fisse, la sua risata. E tutto il resto, i miei ricordi, il mio vuoto, erano frutto delle mie fantasie. Non mi sarei sorpresa affatto, se la mattina dopo avessi scoperto che era così. Ma le lacrime erano vere. Il dolore era innegabile e se davvero il mio corpo stava così male, se sentivo sulla pelle quella mancanza, come era possibile fosse solo una fantasia?
Ogni notte, crollavo, esausta. E ogni mattina, esausta, mi alzavo.
E’ così ancora oggi. Mi ritrovo spesso a chiedermi come poter provare a me stessa che, sì, mio marito è esistito davvero. E di giorno è facile: un colpo di telefono a mio figlio Samuel, o a Giada, o anche ad Andre, che è quasi un figlio per me. Ma di notte, quando l’unica cosa reale sono i miei pensieri, come posso credere che quell’uomo sia scomparso da un momento all’altro? Di notte, quando io non ho altro che quegli stessi pensieri a farmi compagnia, come posso credere che sia davvero esistito, se ora non è qui accanto a me?
Lui era quello che spariva un bel giorno e arrivava il giorno dopo coperto di fango stringendo tra le braccia un cesto miracolosamente pulito pieno di orchidee. Era quello che, nonostante tutto, finiva col baciarmi, anche se gli avevo appena detto che odiavo lui e i suoi film, che non l’avrei sopportato ancora per molto se non l’avesse piantata di comportarsi come un ragazzino. Era la persona che capiva quando avevo bisogno di stare da sola, e che era disposta a passare un’intera serata in una posizione scomodissima pur di permettermi di stargli appiccicata come un koala, se ne avevo bisogno.
E ora, semplicemente, non c’è.

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