Ognuno
soffre in modo diverso. Non esiste una persona completamente uguale ad
un’altra, ma esistono persone simili. Persone che si riconoscono al primo
incontro, quasi fosse ‘destino’. A volte succede che queste persone abbiano
bisogno di andarsene. Altre, se ne vanno e basta.
La mia
reazione a quest’assenza fu lenta a farsi sentire. All’inizio era come se non
fosse cambiato nulla. Mi sembrava quasi d’alzarmi al tocco delle sue dita,
ancora. Alcune mattine, avevo bisogno di allungare la mano e sentire il
materasso freddo per convincermi che fosse morto. Col tempo, cominciai a fare
fatica ad alzarmi la mattina. Era come se, nonostante la sveglia e il sole, e
il calore e tutto il resto, non fosse ancora il momento di alzarsi.
Dov’era
quella voce che mi strappava dal sonno?
Dov’erano
quelle dita forti, delicate che mi solleticavano scherzosamente?
Sentivo
una mancanza fisica di quei momenti.
Sentivo le ombre, ricordi tattili del mio corpo di quei momenti e sembrava
semplicemente impossibile che fossero destinate a sbiadire. Ma mi abituai. Mi
abituai ad alzarmi, mi abituai a vivere da sola, senza statuette maldestramente
intagliate, senza sguardi ostili e pappette di latte e oro saiwa, scoppi di
rabbia, film sparati a volume indecente nella camera da letto, musica
canticchiata a fior di labbra nell’attesa di mangiare insieme, o di
un’amichevole discussione sull’ultimo film di PincoPanco o su quanto facesse
schifo in quel film PancoPinco.
Un’unica
cosa non superai mai: la notte. Al calar del sole, dopo che la cena era stata
digerita e il corpo indolenzito chiedeva solo le carezzevoli cure del letto, mi
sdraiavo. Spenta la luce, rimessa la sveglia, chiudevo gli occhi. E mentre il
sonno mi anestetizzava cercavo quel calore familiare accanto a me. Tutte le
sere finivo col convincermi che ero pazza, che mi fossi inventata tutto. Non
era esistito nessun Mario, non c’era stato nessun matrimonio, nessun incidente.
Cosa poteva provare il contrario, tra le ombre della notte? Potevo essermi
sognata tutto: lui, il suo aspetto, le sue fisse, la sua risata. E tutto il
resto, i miei ricordi, il mio vuoto, erano frutto delle mie fantasie. Non mi
sarei sorpresa affatto, se la mattina dopo avessi scoperto che era così. Ma le
lacrime erano vere. Il dolore era innegabile e se davvero il mio corpo stava
così male, se sentivo sulla pelle
quella mancanza, come era possibile fosse solo una fantasia?
Ogni
notte, crollavo, esausta. E ogni mattina, esausta, mi alzavo.
E’ così
ancora oggi. Mi ritrovo spesso a chiedermi come poter provare a me stessa che,
sì, mio marito è esistito davvero. E di giorno è facile: un colpo di telefono a
mio figlio Samuel, o a Giada, o anche ad Andre, che è quasi un figlio per me.
Ma di notte, quando l’unica cosa reale sono i miei pensieri, come posso credere
che quell’uomo sia scomparso da un momento all’altro? Di notte, quando io non
ho altro che quegli stessi pensieri a farmi compagnia, come posso credere che
sia davvero esistito, se ora non è qui accanto a me?
Lui era
quello che spariva un bel giorno e arrivava il giorno dopo coperto di fango
stringendo tra le braccia un cesto miracolosamente pulito pieno di orchidee.
Era quello che, nonostante tutto, finiva col baciarmi, anche se gli avevo
appena detto che odiavo lui e i suoi film, che non l’avrei sopportato ancora
per molto se non l’avesse piantata di comportarsi come un ragazzino. Era la
persona che capiva quando avevo bisogno di stare da sola, e che era disposta a
passare un’intera serata in una posizione scomodissima pur di permettermi di
stargli appiccicata come un koala, se ne avevo bisogno.
E ora,
semplicemente, non c’è.
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