Pagine

venerdì 27 novembre 2015

La Vita di Ermenegilda ~ Parte 5 | RaccontaciUnaStoria... #5

Sobbalzai. Un ragazzino dagli occhi azzurri mi scrollava. Io sbattei le palpebre, confusa.
-Mmmh. Sei mio nipote?- chiesi con voce rauca, gli occhi cisposi.
-Sì, nonna. Sono Gianluigi.- il ragazzino mi sorrideva, con un sopracciglio alzato. Era normale, riuscire a fare quelle facce a cinque anni?
-Ciao Gigi. Scommetto che hai fame-
-Altrimenti non ti avrei chiamato- ribatté con aria sdegnosa.
-Piccolo nipote schiavista-
Ci fissammo per un momento, le guance gonfie. Poi scoppiammo a ridere: ogni volta che mi veniva a trovare era la stessa storia. Perdevo trent’anni di vecchiaia e tornavo ragazzina. A quella che ero prima dell’incidente, prima del matrimonio, prima di Mario. Il mio piccolo Gigi era l’Elisir di lunga vita.
-All’arrembaggio!- Emanuela si tuffò sul mio lettone: Claire le si tuffò accanto.
-Oh no! Sono circondata!- mi nascosi sotto le coperte, ridendo. Nuora e nipoti mi tirarono fuori a suon di solletico; abitudine consolidata anche questa.
-Prima o poi vi sconfiggerò!- borbottai, come al solito, avviandomi pigramente in cucina per preparare la colazione. Ridendo, il gruppo mi seguì: Emanuela, dopo avermi salutato con più grazia, mi aiutò ad apparecchiare. Osservai mia nuora, fiera del pancione che cominciava a crescere. Conviveva con Samuel da pochi anni e il terzo figlio era già in cantiere.
-Manu, dimmi, hai intenzione di allevare una squadra di calcio?- la stuzzicai.
-Se Samuel li allenasse, potrei anche pensarci-
-Peccato che mio figlio riesca a prendere una palla solo in faccia-
Riscoppiammo a ridere, abbassando il volume di colpo quando mio figliò entrò in cucina.
-Non vi stancate mai di prendermi in giro?- chiese lui, roteando gli occhi.
-E’ troppo facile, con te. Non resistiamo- gli risposi.
-Che madre! Poi ti chiedi perché avevo problemi di autostima!- borbottò lui.
-Oh, come sei noioso- commentò Emanuela, lanciandomi un’occhiata complice. Eravamo terribili, di mattina. Ma avevamo dei buoni motivi.
-Se tu ti alzassi ad un orario decente e ci dessi una mano, non ti tratteremmo così- lo rimbrottai.
Mugugnò qualcosa. Ridacchiando, lo raggiunsi e gli baciai la fronte. Gli aggiustai i capelli neri, mentre lui mi trafiggeva con i suoi diamanti azzurri.
-Piantala, mamma- borbottò.
-Non posso smettere di essere tua madre!- risposi sorridendo, ma indietreggiai di un passo. Smilzo, alto, capelli neri, occhi azzurri grandi come l’universo intero. L’unica cosa che aveva presto da Mario era l’altezza: tutto il resto era un mistero.
-Sai tesoro, credo che tu sia stato adottato.-
-‘Credi’? Cos’è, mi ha portato una cicogna?-
-Oh no, no. Ti ho sopportato per nove mesi e ti ho partorito, carino. Ma non riesco a spiegarmi a chi assomigli-
-Forse il padre non è Mario- scherzò Emanuela.
Ci bloccammo, io e Samuel. Il ragazzo, dopo aver lanciato un’occhiata d’avvertimento alla compagna, si concentrò su di me.
-N-non glie lo hai detto?- chiesi. La mia voce suonò più fievole di quanto avrei voluto. Samuel scosse la testa, tremante. Il mio istinto materno ebbe il sopravvento. Dovevo controllarmi. Anche se avrei volentieri lasciato quella casa per uscire e camminare, camminare soltanto per camminare. –Sam, vai a giocare con i bambini- gli dissi, facendogli un cenno col capo. Lui ubbidì. Sentii le spalle rigide, ricurve. Cercai di rilassarle. Mi sedetti al tavolo e invitai Emanuela a fare altrettanto. Lei mi guardava confusa.
-Emanuela, Mario è morto- un sospiro, nulla più.
-Da… da quanto?- anche la sua voce suonava soffocata: aveva le mani davanti alla bocca e il volto contratto. Provava dolore, più per me che per sé stessa. Non conosceva Mario. Ma sapeva quanto fosse stato importante per me, per noi. –Sei anni, più o meno-
-Non lo sapevo… davvero, mi dispiace, non immaginavo che…-
Le sorrisi e lei strizzò gli occhi, inghiottendo le altre scuse.
-Non potevi. Samuel ha scelto di non dirtelo. Anche se non so perché-
-Neanch’io…-
Ci fissammo per un momento. Io allungai la mano sul tavolo: lei me l’afferrò e la strinse. Forte, più del dovuto. Strinsi anch’io. Quello era il nostro gesto. Serviva a farci andare avanti. Quando un’emozione troppo forte assaliva l’una o l’altra, ci stringevamo la mano per evitare di sbottare. Là, in America, a Emanuela era servito spesso per evitare di rispondere male a qualcuno. Io, masticando a malapena l’inglese, non ne avevo avuto bisogno. A me era servito quando Samuel mi aveva portato nel suo ufficio, sempre in America. C’era il suo capo, i suoi colleghi. Non potevo mettermi a saltellare dalla gioia. Non potevo abbracciare mio figlio e dedicargli tutte quelle smancerie da madre orgogliosa che mi frizzavano dentro. Così avevo afferrato la mano di Emanuela e glie l’avevo strizzata. Uscita dall’ufficio avevo stritolato Samuel in un enorme abbraccio mammesco: non avevo resistito. A lui non era dispiaciuto, fin quando non avevamo intravisto il suo capo che ci fissava stupito. Io gli avevo rivolto un largo sorriso. Il capo aveva contraccambiato. L’avevo capito: era padre anche lui. Ma Samuel non doveva averlo notato: mi aveva trascinato in macchina e mi aveva proibito severamente di tornare a trovarlo. Così erano passati sei mesi e ora loro erano venuti a trovare me, finalmente. Dopo aver passato quattro anni nella grande America doveva essere stato strano tornare nella nostra stretta e corta cittadina, senza enormi negozi pronti a soddisfare ogni capriccio e grandi folle di persone in movimento tra cui confondersi. Era un buon momento per tornare, però: un matrimonio. Emanuela si scusò e andò in bagno a ricomporsi. Io raggiunsi Samuel, Claire e Gigi in salone. I bambini ruzzolavano a terra, facendo a gara.
-TANTOVINCOIO!- strillava Claire. Le urla di risposta di Gigi erano troppo fievoli per essere comprese: eppure Sam riuscì ad accorgersi di me. Si voltò, quasi l’avessi chiamato io stessa, e mi guardò. Con gli occhi spalancati, colpevoli: un bambino colto in fallo.
-Mamma…-
-Sì?- che brutto non riuscire a tirar fuori altro che quella vocina esile.
-Mi dispiace-
-Di cosa?-
Boccheggiò. Sembrava non saperlo neanche lui. Scosse la testa.
-Mi dispiace- ripeté. I bambini avevano smesso di giocare e ci fissavano. Io li raggiunsi e presi in braccio Claire. Le diedi un buffetto sulla boccuccia silenziosa.
-Hai vinto?-
-Certo!- esclamò, gli occhi che brillavano, mentre il fratello protestava a gran voce. Mi avviai verso la cucina: e mentre i bambini tornavano a bisticciare, mi voltai e feci cenno a Samuel di venire con noi. 

Nessun commento:

Posta un commento