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venerdì 21 luglio 2017

Dragons ~ Prologo | RaccontaciUnaStoria... #7

PREMESSA

Dragons è un casino. E' un 'romanzo' -vorrebbe diventarlo- che sto scrivendo dal lontano 2012 e che è cambiato insieme a me. Per questo ci sono molto affezionata e per questo vi chiedo di essere quanto più critici e prolissi riusciate ad essere nel dirmi le vostre opinioni al riguardo. Voglio migliorarlo fino a renderlo nella sua forma migliore, quindi ho bisogno anche di voi. Grazie.

Dragons
Prologo


Immobile, allibita, lo sguardo che viaggiava tra il cielo e l’uomo di fronte a me. Lui sorrise, mentre il suo corpo cominciava muoversi, a crescere. Lo vidi diventare un drago. Con una fitta di nostalgia, lo vidi anche sbattere le ali e sollevarsi in cielo. Non credevo ai miei occhi.
-Non è possibile...- mormorai.
‘Invece lo è…’
Sobbalzai al sentire quella voce tranquilla; era nella mia testa. Così chiara, così vicina. Niente a che vedere con una classica chiacchierata. Tutta la mia attenzione era concentrata sulle sue parole, sui toni vagamente sospirati ma più chiari del normale. Avvertii il suo tono rassicurante e il suo vago divertimento come se fossero i miei.
-Quindi... tutto quello che mi hai raccontato è vero? Il nostro passato, la verità sul nostro sangue, la follia di quell’uomo...- gesticolai, ancora incerta.
-Sì-
Un brivido mi percorse la schiena. Quella voce possente, rimbombante, era la voce di un drago. Pregna di una sicurezza, di un senso di stabilità fuori da ogni realtà che io conoscessi. Il sogno di una bambina che diventava realtà; eppure, anche questa realtà da sogno non andava bene. Non so cos’avrei dato perché fosse rimasta solo fantasia. Per eliminare tutte le mie scelte, per poter riavvolgere il nastro impazzito che erano stati gli ultimi mesi della mia vita. Strinsi i pugni, mentre i miei pensieri volavano a quel folle, a quell’entità sfuggente che era la causa di tutto. Sentii la rabbia traboccare e la pelle lacerarsi. Urlai, la testa buttata all’indietro, gli occhi a fissare il cielo, rabbiosi. Rabbia, risentimento, angoscia, stupore, confusione, incredulità, paura: urlai tutto questo. Avvertii distintamente, e con orrore, la mia pelle solidificarsi sempre di più, mentre il mio corpo cresceva. Vidi le mie mani scurirsi, vidi un dito scomparire, le mie unghie allungarsi e assumere una colorazione argentea, metallica. Sentii qualcosa muoversi tra le scapole, e crescere fino a tendere la pelle allo stremo. Quando tutto finì, grondavo sudore ed ogni più piccola parte del mio corpo urlava di dolore. Sollevai lo sguardo e notai Badass, che troneggiava ancora accanto a me. Il drago atterrò, facendo tremare il terreno, e prese a girarmi intorno.
-Come hai fatto? - chiesi, non del tutto certa di volerlo sapere.
-Ho aspettato semplicemente che il tuo sonno si appesantisse. Ho cominciato il rito e ho sperato che riuscisse- mi rivelò con voce cauta. Non sembrava sicuro di volermelo dire.
-Sperato?! C’era la possibilità che non funzionasse?- sbigottita, riflettevo.
-Sì. Se ci avessi impiegato troppo o se il tuo corpo avesse rifiutato la trasformazione, avremmo finito col dissanguarci entrambi- la sua voce era chiara, ma fievole. Non sembrava contento della mia curiosità, ma non osava non rispondere.
-Quindi hai rischiato la tua vita...- esclamai, senza fiato. Era strano rendersi conto che una bestia ti aveva dimostrato tutta questa fedeltà. Si limitò ad annuire.
-Ma... perché? - continuai, ora confusa.
-E me lo chiedi? - mi rispose, guardandomi negli occhi con il peso di tutti i suoi anni che improvvisamente tornava a colpirmi. Abissale, incolmabile, la differenza tra le nostre due esistenze. In momenti come questo mi rendevo davvero conto di quanto per lui fosse tutto scontato. Era obbligato a pazientare nonostante per lui fosse tutto già visto e rivisto. Ogni emozione, ogni brivido, ogni possibilità dell’esistenza lui l’aveva vissuta.
Sospirai, afflitta dal senso di inadeguatezza. Lui continuava a studiarmi, lo sguardo che gradualmente perdeva la pesantezza acquisita poco prima. Attesi sin quando, finalmente, si fermò. Aspettai il suo giudizio, fremendo dalla voglia di riscattarmi.
-C’ è molto lavoro da fare- cominciò -Sei ancora piccola per la tua età. Le ali sono pronte ad uscire, ma non hanno ancora lacerato la pelle. In circostante diverse, un cucciolo di drago prova a volare una settimana dopo essere uscito dall’uovo, quindi capisci quanto questo sia strano. Gli artigli sono nella norma, alle scaglie manca poco. Non sono dure né brillanti come dovrebbero, ma in breve lo diverranno-
Ci rimasi male. Mi sentivo ancora più inadatta, incompleta. La speranza di essere speciale era morta, insieme all’entusiasmo di potergli mostrare qualcosa di nuovo. Dovevo fare di meglio. Accettai il suo giudizio senza chinare il capo; volevo e potevo migliorare.
-Bene. Cominciamo subito- m’incitò con la sua voce rassicurante.
‘Voglio volare al più presto’ pensai, sentendo il corpo fremere alla sola idea.
-Sei sicura? - chiese lui, divertito. Feci per rispondere, poi mi resi conto di cos’era successo. Avevo pensato nella sua testa, letteralmente. Come lui aveva fatto poco prima.
-Sì. Voglio sapere com’è il corpo. Ora è incompleto- risposi, ringalluzzita.
-Capisco- rispose, annuendo tra sé.
Lessi una strana apprensione nei suoi occhi, ma non vi badai. Il mio maestro si alzò in volo e si allontanò. Ci allenammo. Io imparavo a muovermi, a conoscere il mio corpo, a riconoscere ciò che mi circondava con i miei nuovi arti. Badass imparava a conoscere me, a capire come incoraggiarmi, come spiegarsi, come rimproverarmi.
Non sbilanciarti!
Rallenta se senti che ti manca l’equilibrio!
Attenta agli artigli, per tutte le corna di drago! Finirai per spezzarteli.
-La coda! Ti è spuntata la coda! -
Frenammo entrambi. Voltai il muso e la vidi. Lunga, nera -come anche il resto del mio corpo- e sinuosa. La sentii, improvvisamente mia ma ancora sconosciuta. Era a tutti gli effetti una parte del mio corpo. La mossi un paio di volte. Avvertii lo spostamento d’ aria, e quando sfiorai il terreno sentii la durezza della terra, in modo così strano che non riuscivo neanche bene a comprenderlo. Girai su me stessa -un po’ come fanno i cani- per cercare di vederla meglio e finii con l’inciamparvi sopra. Caddi e il drago vicino a me scoppiò in una sonora risata. Lo guardai sorpresa: era la prima risata che ero riuscita a strappargli da quando l’avevo incontrato. Poco dopo lo imitai e quando mi aiutò a rialzarmi ci sorridemmo a vicenda. Fu strano vedere un sorriso da drago: la mia parte umana l’avrebbe interpretato come un ghigno animale, una minaccia; la mia parte animale però lo percepiva distintamente come un sorriso. Dopo quel momento, nessuno dei due ebbe più la possibilità di scambiarsi anche solo una battuta.
Dopo ben tre ore di allenamento, tremante, caddi a terra. La polvere si sollevò in grosse volute e io starnutii. Il mio respiro pesante, le gocce di sudore che permeavano le mie scaglie e i miei occhi chiusi per la stanchezza dovevano aver smosso la pietà -alquanto scarsa- del mio maestro.
-Per oggi può bastare- finì col dire.
Grazie’ ribattei, a metà tra il sarcastico e il grato.
-Hai imparato anche ad inviare i tuoi pensieri a quanto vedo. E le tue sensazioni...- un brivido gli scosse il corpo. Sbuffò e mi lanciò un’occhiataccia: -Evita, cortesemente-
Interruppi il flusso di sensazioni, creatosi senza che me ne rendessi conto.
‘Volevo solo ringraziarti
-Ed infatti è così che funziona. Come drago, la volontà è tutto ciò che ti serve-
-Odio quando mi leggi nel pensiero- borbottai con voce rauca.
-E io odio quando borbotti. Ora ritrasformati, altrimenti non riuscirai ad alzarti domani-
-Che peccato...- commentai, un mezzo sorriso esausto sul muso. Pian piano, il mio corpo tornò quello di prima: tratti infantili, occhi scuri, corpo esile e onde di capelli scuri, un po’ arruffati. Mi guardi intorno, alla ricerca del mio elastico e quando finalmente lo trovai feci una smorfia: era a terra, praticamente distrutto e ormai inservibile. Tentai di fare un passo avanti per recuperarlo, ma le gambe mi cedettero. Mentre già sentivo il sapore della terra in bocca, due grosse braccia mi sorressero. Quelle stesse braccia mi aiutarono a sollevarmi e a mettermi in piedi. Circondai il collo del Maestro con un braccio e con lui tornai a casa.
Grazie di tutto, draugr’.

sabato 28 novembre 2015

La Vita di Ermenegilda ~ Parte 6 | RaccontaciUnaStoria... #6

Raggiunsi Giada al cancello d’ingresso. Il matrimonio imminente, l’affaticava e la illuminava. Energia gioiosa tutta paterna, la sua: mi corse incontro e mi abbracciò così forte da farmi male. Sentii il suo cuore battere furiosamente contro il mio seno: mi preoccupai. Cos’era andato storto? Aspettai che fosse lei a sciogliersi dall’abbraccio. Poi la guardai intensamente, l’ansia che faceva battere il mio, di cuore.
-Mamma, sono incinta!-
-Anche tu?!- Non sembravo felice. Ma lo ero.
-Perché, sei incinta anche tu?-
Scoppiai a ridere, lasciandola ancora più interdetta.
-E’ tornato Sam. E ha portato Emanuela… che è incinta.-
Con un sorrisone, corse dentro casa, urlando per salutare la donna che conosceva da così tanto, ma che non aveva mai visto. Grazie, internet.
Attesi il povero Andrea, la cui stanchezza era più che visibile. Gli andai incontro, quasi a volerlo sorreggere, e lui si appoggiò davvero a me.
-Come hai fatto a crescerla per tutti quegli anni?- mi chiese.
-Mario aveva più energie di lei, anche se non era più un ragazzo-
-Fortunata- borbottò, sbuffando.
Scoppiai a ridere ed entrammo.

La casa era disordinata, caotica come non la vedevo da anni. Scarpe, calzini, oggetti volanti di dubbia natura. I bambini erano stranamente tranquilli: frastornati dall’improvvisa energia degli adulti se ne stavano in un angolino a masticare biscotti. Emanuela, il pancione fasciato da un vestito verde smeraldo comparso dal nulla, parlava, instancabile. Accoglieva parenti, rassicurava lo sposo (relegato in un angolino della casa, come i bambini, solo un po’ più solo), andava ad aiutare la sposa, chiamava a destra e a manca per assicurarsi che fosse tutto pronto. Da parte mia, me ne stavo in cucina a far finta di avere qualcosa da fare. Smuovevo piatti vuoti, asciugavo bicchieri asciutti, fissavo il forno come se stessi controllando qualcosa. Gli invitati arrivavano a frotte: la maggior parte si riuniva in sala, qualcuno passava in cucina per servirsi, qualcuno addirittura mi salutava.
Passò il tempo. Lo sposo venne cacciato via: era ora di andare in chiesa. Damigelle dai lunghi abiti, e accompagnatori torturati da cravatte troppo strette si avviarono. I bambini, Emanuela e Samuel mi salutarono e partirono a loro volta. Io andai dalla sposa. Giada splendeva, sorridente, avvolta in strati di stoffa bianca. Sorrideva tanto da obbligare anche me a sorridere. La strinsi, attenta a non rovinarle il trucco –accuratissimo e forse un po’ troppo pesante-. Aprii la bocca per dirglielo. Ci ripensai.
-Sei pronta?-
-Mi accompagni all’altare?-
Sobbalzai. –Cosa?-
-Mi… mi accompagni all’altare? Per favore-
Non riuscii a rifletterci lucidamente. Non ero neanche sicura di poterlo fare.
-D’accordo-
Le porsi il braccio, come per fare una prova, e lei l’accettò con un risolino: ci avviammo alla macchina. La strada era breve, e procedette silenziosa, liscia: la chiesa mi apparve davanti solo quando Giada mi disse di fermarmi. Scesi, aprii la porta a mia figlia: raggiungemmo l’ingresso. Io le porsi il braccio nello stesso identico modo in cui l’avevo fatto pochi minuti prima. Lei lo prese. La chiesa era buia, nient’affatto illuminata: l’ingresso era l’unica fonte luminosa. Pensai di dire qualcosa, ma nessuno fiatava e non volevo fare qualcosa di sbagliato. Non avevo un gran esperienza in fatto di matrimoni. Così, camminai: e vidi mia figlia illuminarsi di più ad ogni passo. Letteralmente. La lasciai accanto ad Andre con gli occhi umidi. Lui mi guardava; sorrideva. Avevo l’impressione che tutti stessero facendo lo stesso. Giada, di sicuro. Mi si avvicinò e sussurrò: - Perché dovrei rispettare tradizioni tanto antiche, se non voglio?-
Mi commossi. E giurai di aver sentito la voce di Mario, alle mie spalle, sussurrami: -Non è giusto. Io trovo ogni giorno un motivo diverso, e tu mi ami ogni giorno per lo stesso motivo-


Le fenici non sono le uniche a rinascere: anche le persone, ogni tanto, ne hanno bisogno. Fu quello che successe a me, il giorno del matrimonio di Giada. Forse fu grazie a quella voce. Un ricordo? Una fantasia? Un segnale di pazzia? Forse. O forse lo sentii davvero. Non sono una persona religiosa: non riesco a credere negli angeli. Ma non sono neanche troppo scettica: San Tommaso aveva ragione solo in parte, quando diceva ‘se non vedo, non credo’. Non so cosa successe quel giorno: ma mi permise di recuperare un pezzetto di me. O di perderlo. Fatto sta che smisi di sentire quella mancanza fisica, e cominciai a svegliarmi bella pimpante. Divenni più appiccicosa, coi miei figli, ma la cosa non sembrò disturbarli più di tanto. Immagino faccia comodo avere una nonna disposta a tenersi i nipoti per una settimana. Fatto sta che ora sono qui, sul mio bel letto morbido. Io ho ottant’anni, lui cinquanta. Sento che è stanco, che vuole andare a dormire. Ripenso per un momento a quando è nato: è stato il primo mobile di casa. L’unico che ci servisse, a detta di Mario, il giorno delle nozze. E’ un flash, sbiadito, troppo breve. Il letto ha molto sonno: dice che potrebbe dormire per l’eternità. Così sorrido un’ultima volta e chiudo gli occhi.

venerdì 27 novembre 2015

La Vita di Ermenegilda ~ Parte 5 | RaccontaciUnaStoria... #5

Sobbalzai. Un ragazzino dagli occhi azzurri mi scrollava. Io sbattei le palpebre, confusa.
-Mmmh. Sei mio nipote?- chiesi con voce rauca, gli occhi cisposi.
-Sì, nonna. Sono Gianluigi.- il ragazzino mi sorrideva, con un sopracciglio alzato. Era normale, riuscire a fare quelle facce a cinque anni?
-Ciao Gigi. Scommetto che hai fame-
-Altrimenti non ti avrei chiamato- ribatté con aria sdegnosa.
-Piccolo nipote schiavista-
Ci fissammo per un momento, le guance gonfie. Poi scoppiammo a ridere: ogni volta che mi veniva a trovare era la stessa storia. Perdevo trent’anni di vecchiaia e tornavo ragazzina. A quella che ero prima dell’incidente, prima del matrimonio, prima di Mario. Il mio piccolo Gigi era l’Elisir di lunga vita.
-All’arrembaggio!- Emanuela si tuffò sul mio lettone: Claire le si tuffò accanto.
-Oh no! Sono circondata!- mi nascosi sotto le coperte, ridendo. Nuora e nipoti mi tirarono fuori a suon di solletico; abitudine consolidata anche questa.
-Prima o poi vi sconfiggerò!- borbottai, come al solito, avviandomi pigramente in cucina per preparare la colazione. Ridendo, il gruppo mi seguì: Emanuela, dopo avermi salutato con più grazia, mi aiutò ad apparecchiare. Osservai mia nuora, fiera del pancione che cominciava a crescere. Conviveva con Samuel da pochi anni e il terzo figlio era già in cantiere.
-Manu, dimmi, hai intenzione di allevare una squadra di calcio?- la stuzzicai.
-Se Samuel li allenasse, potrei anche pensarci-
-Peccato che mio figlio riesca a prendere una palla solo in faccia-
Riscoppiammo a ridere, abbassando il volume di colpo quando mio figliò entrò in cucina.
-Non vi stancate mai di prendermi in giro?- chiese lui, roteando gli occhi.
-E’ troppo facile, con te. Non resistiamo- gli risposi.
-Che madre! Poi ti chiedi perché avevo problemi di autostima!- borbottò lui.
-Oh, come sei noioso- commentò Emanuela, lanciandomi un’occhiata complice. Eravamo terribili, di mattina. Ma avevamo dei buoni motivi.
-Se tu ti alzassi ad un orario decente e ci dessi una mano, non ti tratteremmo così- lo rimbrottai.
Mugugnò qualcosa. Ridacchiando, lo raggiunsi e gli baciai la fronte. Gli aggiustai i capelli neri, mentre lui mi trafiggeva con i suoi diamanti azzurri.
-Piantala, mamma- borbottò.
-Non posso smettere di essere tua madre!- risposi sorridendo, ma indietreggiai di un passo. Smilzo, alto, capelli neri, occhi azzurri grandi come l’universo intero. L’unica cosa che aveva presto da Mario era l’altezza: tutto il resto era un mistero.
-Sai tesoro, credo che tu sia stato adottato.-
-‘Credi’? Cos’è, mi ha portato una cicogna?-
-Oh no, no. Ti ho sopportato per nove mesi e ti ho partorito, carino. Ma non riesco a spiegarmi a chi assomigli-
-Forse il padre non è Mario- scherzò Emanuela.
Ci bloccammo, io e Samuel. Il ragazzo, dopo aver lanciato un’occhiata d’avvertimento alla compagna, si concentrò su di me.
-N-non glie lo hai detto?- chiesi. La mia voce suonò più fievole di quanto avrei voluto. Samuel scosse la testa, tremante. Il mio istinto materno ebbe il sopravvento. Dovevo controllarmi. Anche se avrei volentieri lasciato quella casa per uscire e camminare, camminare soltanto per camminare. –Sam, vai a giocare con i bambini- gli dissi, facendogli un cenno col capo. Lui ubbidì. Sentii le spalle rigide, ricurve. Cercai di rilassarle. Mi sedetti al tavolo e invitai Emanuela a fare altrettanto. Lei mi guardava confusa.
-Emanuela, Mario è morto- un sospiro, nulla più.
-Da… da quanto?- anche la sua voce suonava soffocata: aveva le mani davanti alla bocca e il volto contratto. Provava dolore, più per me che per sé stessa. Non conosceva Mario. Ma sapeva quanto fosse stato importante per me, per noi. –Sei anni, più o meno-
-Non lo sapevo… davvero, mi dispiace, non immaginavo che…-
Le sorrisi e lei strizzò gli occhi, inghiottendo le altre scuse.
-Non potevi. Samuel ha scelto di non dirtelo. Anche se non so perché-
-Neanch’io…-
Ci fissammo per un momento. Io allungai la mano sul tavolo: lei me l’afferrò e la strinse. Forte, più del dovuto. Strinsi anch’io. Quello era il nostro gesto. Serviva a farci andare avanti. Quando un’emozione troppo forte assaliva l’una o l’altra, ci stringevamo la mano per evitare di sbottare. Là, in America, a Emanuela era servito spesso per evitare di rispondere male a qualcuno. Io, masticando a malapena l’inglese, non ne avevo avuto bisogno. A me era servito quando Samuel mi aveva portato nel suo ufficio, sempre in America. C’era il suo capo, i suoi colleghi. Non potevo mettermi a saltellare dalla gioia. Non potevo abbracciare mio figlio e dedicargli tutte quelle smancerie da madre orgogliosa che mi frizzavano dentro. Così avevo afferrato la mano di Emanuela e glie l’avevo strizzata. Uscita dall’ufficio avevo stritolato Samuel in un enorme abbraccio mammesco: non avevo resistito. A lui non era dispiaciuto, fin quando non avevamo intravisto il suo capo che ci fissava stupito. Io gli avevo rivolto un largo sorriso. Il capo aveva contraccambiato. L’avevo capito: era padre anche lui. Ma Samuel non doveva averlo notato: mi aveva trascinato in macchina e mi aveva proibito severamente di tornare a trovarlo. Così erano passati sei mesi e ora loro erano venuti a trovare me, finalmente. Dopo aver passato quattro anni nella grande America doveva essere stato strano tornare nella nostra stretta e corta cittadina, senza enormi negozi pronti a soddisfare ogni capriccio e grandi folle di persone in movimento tra cui confondersi. Era un buon momento per tornare, però: un matrimonio. Emanuela si scusò e andò in bagno a ricomporsi. Io raggiunsi Samuel, Claire e Gigi in salone. I bambini ruzzolavano a terra, facendo a gara.
-TANTOVINCOIO!- strillava Claire. Le urla di risposta di Gigi erano troppo fievoli per essere comprese: eppure Sam riuscì ad accorgersi di me. Si voltò, quasi l’avessi chiamato io stessa, e mi guardò. Con gli occhi spalancati, colpevoli: un bambino colto in fallo.
-Mamma…-
-Sì?- che brutto non riuscire a tirar fuori altro che quella vocina esile.
-Mi dispiace-
-Di cosa?-
Boccheggiò. Sembrava non saperlo neanche lui. Scosse la testa.
-Mi dispiace- ripeté. I bambini avevano smesso di giocare e ci fissavano. Io li raggiunsi e presi in braccio Claire. Le diedi un buffetto sulla boccuccia silenziosa.
-Hai vinto?-
-Certo!- esclamò, gli occhi che brillavano, mentre il fratello protestava a gran voce. Mi avviai verso la cucina: e mentre i bambini tornavano a bisticciare, mi voltai e feci cenno a Samuel di venire con noi. 

giovedì 26 novembre 2015

La Vita di Ermenegilda ~ Parte 4 | RaccontaciUnaStoria... #4

Ognuno soffre in modo diverso. Non esiste una persona completamente uguale ad un’altra, ma esistono persone simili. Persone che si riconoscono al primo incontro, quasi fosse ‘destino’. A volte succede che queste persone abbiano bisogno di andarsene. Altre, se ne vanno e basta.
La mia reazione a quest’assenza fu lenta a farsi sentire. All’inizio era come se non fosse cambiato nulla. Mi sembrava quasi d’alzarmi al tocco delle sue dita, ancora. Alcune mattine, avevo bisogno di allungare la mano e sentire il materasso freddo per convincermi che fosse morto. Col tempo, cominciai a fare fatica ad alzarmi la mattina. Era come se, nonostante la sveglia e il sole, e il calore e tutto il resto, non fosse ancora il momento di alzarsi.
Dov’era quella voce che mi strappava dal sonno?
Dov’erano quelle dita forti, delicate che mi solleticavano scherzosamente?
Sentivo una mancanza fisica di quei momenti. Sentivo le ombre, ricordi tattili del mio corpo di quei momenti e sembrava semplicemente impossibile che fossero destinate a sbiadire. Ma mi abituai. Mi abituai ad alzarmi, mi abituai a vivere da sola, senza statuette maldestramente intagliate, senza sguardi ostili e pappette di latte e oro saiwa, scoppi di rabbia, film sparati a volume indecente nella camera da letto, musica canticchiata a fior di labbra nell’attesa di mangiare insieme, o di un’amichevole discussione sull’ultimo film di PincoPanco o su quanto facesse schifo in quel film PancoPinco.
Un’unica cosa non superai mai: la notte. Al calar del sole, dopo che la cena era stata digerita e il corpo indolenzito chiedeva solo le carezzevoli cure del letto, mi sdraiavo. Spenta la luce, rimessa la sveglia, chiudevo gli occhi. E mentre il sonno mi anestetizzava cercavo quel calore familiare accanto a me. Tutte le sere finivo col convincermi che ero pazza, che mi fossi inventata tutto. Non era esistito nessun Mario, non c’era stato nessun matrimonio, nessun incidente. Cosa poteva provare il contrario, tra le ombre della notte? Potevo essermi sognata tutto: lui, il suo aspetto, le sue fisse, la sua risata. E tutto il resto, i miei ricordi, il mio vuoto, erano frutto delle mie fantasie. Non mi sarei sorpresa affatto, se la mattina dopo avessi scoperto che era così. Ma le lacrime erano vere. Il dolore era innegabile e se davvero il mio corpo stava così male, se sentivo sulla pelle quella mancanza, come era possibile fosse solo una fantasia?
Ogni notte, crollavo, esausta. E ogni mattina, esausta, mi alzavo.
E’ così ancora oggi. Mi ritrovo spesso a chiedermi come poter provare a me stessa che, sì, mio marito è esistito davvero. E di giorno è facile: un colpo di telefono a mio figlio Samuel, o a Giada, o anche ad Andre, che è quasi un figlio per me. Ma di notte, quando l’unica cosa reale sono i miei pensieri, come posso credere che quell’uomo sia scomparso da un momento all’altro? Di notte, quando io non ho altro che quegli stessi pensieri a farmi compagnia, come posso credere che sia davvero esistito, se ora non è qui accanto a me?
Lui era quello che spariva un bel giorno e arrivava il giorno dopo coperto di fango stringendo tra le braccia un cesto miracolosamente pulito pieno di orchidee. Era quello che, nonostante tutto, finiva col baciarmi, anche se gli avevo appena detto che odiavo lui e i suoi film, che non l’avrei sopportato ancora per molto se non l’avesse piantata di comportarsi come un ragazzino. Era la persona che capiva quando avevo bisogno di stare da sola, e che era disposta a passare un’intera serata in una posizione scomodissima pur di permettermi di stargli appiccicata come un koala, se ne avevo bisogno.
E ora, semplicemente, non c’è.

martedì 24 novembre 2015

La Vita di Ermenegilda ~ Parte 3 | RaccontaciUnaStoria... #3

-Al primo appuntamento? Scherzi, mamma?- la capivo, la mia piccola Giada.
-Tuo padre era un folle, tesoro mio. Da giovane, ancor più che da vecchio-
-Santo cielo, non sposerei mai un uomo così!-
-Temo proprio che tu lo stia per fare, tesoro mio-
-Andrea non è così- borbottò.
-La prima cosa che gli ho sentito dire è stata ‘Io mi scopo sua figlia!’. Dopo ha avuto la decenza di arrossire, te lo concedo. Ma non è stato esattamente molto diplomatico nel presentarsi-
-…Continua a raccontare- Giada annuì, rossa in viso.


Io mi voltai verso di lui e gli mollai un ceffone.
-Tu non sei il niente di nessuno. Ancora non siamo andati a letto insieme, quindi non se ne fa niente!- gli risposi, un momento prima che i miei si strozzassero. Mia madre per la sorpresa e l’indignazione, mio padre per tentare di non ridere.
-Gilda, ma cosa vai dicendo!-  sbottò mia madre.
-Mamma, ho trent’anni. Spero tu non creda che io sia ancora vergine-
Mia madre svenne e mio padre, ignorandola, fissò gli occhi chiari sul mio futuro marito.
-Tu dici di amare mia figlia. Perché?-
-Perché sua figlia non fa rumore quando mangia. E io posso vedere i miei film in pace-
Mio padre scoppiò a ridere di cuore, recuperò mio madre da terra e la trascinò in salotto. Dio solo sa perché, ma lo trovava divertente.
-Andate pure di sopra, ragazzi!-
Ci avviammo verso la mia stanza, ma mentre salivano le scale Mario inciampò, cadde e svenne. Lo portammo all’ospedale, ma l’unico danno che si era procurato era un grosso bernoccolo in fronte. Del suo ego ferito, mi occupai quella sera, quando riuscimmo a restarcene da soli.

Mia figlia se ne andò ridendo. Voltandomi, quella sera, sentii le labbra cadermi verso il basso. Ripensavo ai miei figli. Giada, la seconda, si stava per sposare. Lei non se ne rendeva conto, ma il suo futuro marito assomigliava tanto al padre. Era meno strano, meno particolare, ma avevo lo stesso modo di scherzare, lo stesso sorriso da ragazzino. La stessa vitalità. Non potei fare a meno di farmi scappare un singhiozzo. Cercai di fermare gli altri, una mano davanti alla bocca a soffocare il respiro. Ma sentivo quel peso che da ormai parecchio tempo mi trascinavo dietro. Tutta questa storia del matrimonio mi pesava. Non faceva che ricordarmi il mio, di matrimonio, di quei vent’anni che non sarebbero mai diventati venticinque. Di quel marito che non sarebbe mai diventato nonno. E mi dispiaceva, sapevo che non avrei dovuto sentirmi così. Il matrimonio è uno di quegli eventi che ti rimangono dentro, come il primo giorno delle elementari. Solo che uno te lo ricorderai per tutta la vita, l’altro sarà il ricordo di tutta la tua vita. Il matrimonio è una svolta. E’ il momento in cui sbatti in faccia al mondo che ‘sì, amo quest’uomo, ve lo confermo e ci metto la firma!’. Non ti puoi dimenticare il tuo matrimonio, se all’altare hai portato la persona giusta. Io non l’ho dimenticato. E non credo che potrei farlo, considerata la quantità di casini che sono successi.
Il mio matrimonio fu pregno della follia di Mario. Feci l’errore di dargli carta bianca. Ci impiegai un mese, sì, un mese che Mario passò a chiedermi, pregarmi, scongiurarmi e qualsiasi altro sinonimo di ‘pregare’.
-Tesoro, posso organizzare il nostro matrimonio?-
-Tesoro, perché dovresti organizzare il nostro matrimonio?-
-Perché mi ami- quando cominciava a rispondermi così, solitamente finivamo a letto. E non a dormire.
-E tu non mi ami?- gli chiedevo io, dandogli un buffetto.
-Certo- rispondeva, sorridendo e abbracciandomi languidamente.
-Allora il matrimonio lo organizziamo insieme- concludevo io.
Dopo un mese di discussione/letto mi decisi a dargli l’okay. D’altronde non era tipo da insistere così tanto, lui. Doveva essere davvero importante.
E infatti fu importante. Più che altro fu un importante figura di merda.
Possiamo riassumere il mio matrimonio così:
-Le luci si spengono improvvisamente durante la funzione;
-Io scopro che il mio vestito si illumina al buio;
-Mario, radioso come una lampadina, mi trascina sul palco ignorando completamente il prete boccheggiante;
-Gli invitati se ne vanno indignati, non prima di aver consumato mezzo buffet;
-Io, Mario e i nostri quattro amici ci diamo alla pazza gioia sul palco;
-Andiamo a mangiare e finiamo con l’ubriacarci;
-Corriamo al lago e siamo ad un passo dal fare un orgia;
-Mario si ricorda di essere mio marito, anche se da poco, e mi trascina via seminuda fino a casa nostra.

Nel momento stesso in cui il mio vestito si era illuminato, al calar delle luci, sapevo che c’era lo zampino dell’uomo che avevo sposato. Non gliene feci mai una colpa, anzi. Nonostante con lui non l’avessi mai ammesso, ero convinta che non avrei potuto desiderare matrimonio migliore. Era così atipico, così spontaneo, festoso, così… nostro. Il matrimonio è un momento tuo, tuo e del tuo partner. Perché dovresti condividerlo con altri? Perché dovrei rispettare regole e tradizioni costruite in tempi così antichi da non essere rintracciabili, se non voglio? Era questo che significava per me. Eravamo uniti, eravamo marito e moglie, e lo eravamo diventati a modo nostro.

domenica 22 novembre 2015

La Vita di Ermenegilda ~ Parte 2 | RaccontaciUnaStoria... #2

Mario aveva tanti difetti, ed amavo soprattutto quelli. Sono proprio i difetti a renderci unici. Quante persone divertenti, simpatiche, educate o gentili conoscete? E quanti ragazzi conoscete che odiano i biscotti rotondi? Mario era talmente fissato con ‘sta cosa che mi obbligava a non comprare i pan di stelle, nonostante piacessero a entrambi. E io, per dispetto, gli compravo gli oro saiwa. Era anche tignoso, maledettamente tignoso. Nonostante gli facessero schifo, faceva colazione con gli oro saiwa e ci faceva pure la pappetta, fissandomi tutto il tempo come a dire ‘Lo vedi? Sono rettangolari, quindi li mangio!’. E se ne andava nervoso e imbronciato, mentre il suo stomaco cominciava a protestare per lo schifo che aveva ingerito. Io lo salutavo gridandogli dietro.
-Buona giornata, mio dolce bebè!-
Dopo vent’anni insieme, ancora mi chiedo cosa mi mugugnasse in risposta.
In effetti ne aveva parecchie, di fisse. Alcune anche molto fastidiose. Ma lo ammetto, le adoravo. Colpa forse dell’amore, magari son pazza io, ma quando mi borbottava “Prima o poi quelle formine rotonde te le butto via” io mi voltavo, ridevo sotto i baffi e annuivo. Odiava le mattonelle a macchie, le lenzuola, i pigiami di pile, le felpe da donna. Quella dei pigiami dei pile non glie l’ho mai perdonata. Un giorno prese tutti i miei adorati pigiamoni e li buttò nel fuoco, rischiando anche di bruciare casa. Era uno di quei momenti in cui io fuggivo e lui si sfogava sulla casa. Tra quei pigiami però c’era l’ultimo regalo di mia nonna, morta quand’ero piccolina. Quando lo scoprii me ne andai per una settimana. Quello fu l’unico litigio serio, tra noi. Quando scoprii dove mi ero nascosta –casa della mia migliore amica. Ci mise una settimana, il genio!- entrò come una furia, mi corse in contro, mi abbracciò, poi mi tirò su di peso e mi riportò a casa.
Quella notte non chiudemmo occhio.
Credo che quella fu una delle serate più focose della mia vita. Sono i momenti che preferisco ricordare, quando ripenso a lui. Alcuni non lo capiscono o non l’hanno mai capito, ma una donna si sente perfettamente amata quando vede che l’uomo la desidera. Per far sentire bene una donna, a volte, basta uno sguardo. E lo sguardo che mi rivolse quella sera, nella penombra della nostra stanza, mi si è inciso a fuoco nella mente. Finisco sempre col paragonarlo con gli occhi chiusi che aveva quando l’ho trovato morto, su un qualsiasi letto d’ospedale. So che era magro, pallido, con i capelli spenti e la pelle floscia. Ma riesco a ricordare solo le sue palpebre chiuse.
Morire a cinquant’anni a causa di un incidente del genere è una maledizione. Un ragazzino ubriaco si butta in strada con il macchinone del papino ricco e tu, povero mortale obbligato a lavorare tutti i giorni per campare, ti becchi il cofano del macchinone nello sterno, finisci in coma per un po’ poi crepi come uno stronzo. La tua unica colpa? Essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Per la cronaca: il ragazzino non è stato condannato perché ‘incapace di intendere e di volere’. Esattamente come me quando, appena sentita la sentenza, mi sono alzata e sono andata a prendere a ceffoni prima il figlio, poi la madre. Purtroppo, sono stata portata via prima di arrivare dal padre. E io sono finita in galera per un po’, nonostante tutto. La vita è così, purtroppo. Ma quando sono uscita, ho raggiunto casa del ragazzino e l’ho aspettato all’ingresso. Appena uscito, l’ho afferrato per un orecchio e l’ho trascinato in un angolo. Gli ho fatto fare tardi a scuola, ma sono riuscita a mettergli in testa un paio di cosette.
Sono passati sei anni e sono contenta di dire che ora ha una laurea e fa il medico chirurgo. Io passo la mia vita a pascolare per casa, quando non lavoro. Rido e ripenso alla mia vita. Una volta mia figlia è entrata e mi ha trovata piegata in due dalle risate. La prima cosa che deve aver pensato sarà stata “E’ arrivata di cottura”. E invece no, per fortuna. Accomodateci in sala, sulle belle poltroncine fiorite cucite a mano dal mio defunto marito, gli raccontai del nostro primo appuntamento.

Avremmo dovuto incontrarci in piazza, ma io avevo la febbre e il ciclo. Non mi sembrava il caso di andare, così gli avevo chiesto di rimandare. Lui aveva chiuso la chiamata e aveva suonato a casa mia. La mia migliore amica lo aveva accompagnato direttamente davanti all’ingresso.
-Salve- aveva salutato arcigna mia madre, aperto il portone.
-Sono qui per vedere sua figlia. So che sta poco bene-
-Non ti conosco ragazzo. Sparisci- disse, per poi sbattergli il portone in faccia. Credo che quel ‘ragazzo’ gli fosse bruciato parecchio. Si sedette di fronte casa mia e aspettò. Circa dieci minuti, il tempo necessario perché mia madre mi tirasse giù dal letto per dirmi di cacciare ‘il ragazzino davanti alla porta’. Scendendo, mi dissi che non era possibile. Aprii il portone.
-Tu sei scemo- lo salutai, tirando su col naso.
-Al massimo sono un cretino, milady- disse, inchinandosi e baciandomi elegantemente la mano. Io scoppiai a ridergli in faccia e lo trascinai dentro casa.
-Papà, mamma, lui è…-
-Sono l’uomo di vostra figlia, e la amo con tutto il cuore- se ne uscì lui.

sabato 21 novembre 2015

La Vita di Ermenegilda ~ Parte 1 | RaccontaciUnaStoria... #1

La Vita di Ermenegilda

-o anche -
Pop-corn, oro saiwa e Torte all’Amarena (inesistenti)


Mi sedetti e sgranocchiai i miei pop-corn, stravaccata sulla poltroncina. Cinema, finalmente. Io, la mia amica e il suo ragazzo. Li cercai con lo sguardo e li trovai seduti nei posti più in basso. Sospirai e mi voltai. Riconobbi il trentenne alla mia sinistra, boccheggiai e lo indicai a nessuno in particolare.
Il tipo se ne accorse e mi guardò come avrebbe fatto con un chihuahua pianista.
-…Salve?-
-Tu sei il tipo che fa video sul tubo!-
-Sì, sono io!- rispose sorridendo. Non avevo ancora smesso di additarlo.
-Ti seguo da tantissimo! Considera che il nome del tuo canale è il mio nome! Cioè al femminile, ma è il mio nome-
Il ragazzo mi guardò un momento, perplesso.
-Aspetta, stai dicendo che ti chiami Ermenegilda?-
-Sì!-
Mi scoppiò a ridere in faccia senza ritegno.
-Mi stai prendendo in giro, spero- fece poi. Io misi il broncio.
-Chiedilo all’anagrafe, simpaticone. E scoppia a ridere in faccia a mio padre, se proprio devi. Non l’ho scelto io il mio nome-
Lui si scusò e io tornai a sorridere.
-Comunque, io mi chiamo Mario- si presentò e mi porse la mano.
-It’s a-me, Mario!- squittii, prima di coprirmi la mano con la bocca per nascondere le risate. –Scusa, mi è venuto spontaneo-
-Figurati- fece lui, sorridendo.
Si spensero le luci e smettemmo di parlare.
Cominciò il film. Capii dal titolo che non faceva per me. ‘Zero sopravvissuti’. Horror e brutto, un mix micidiale. Dopo dieci minuti mi aggrappai ai braccioli della poltroncina, terrorizzata.
-Che cazzo sto guardando- mormorai, tremando.
-Sullo schermo non ne vedo, quindi non saprei- mi disse Mario, e io scoppiai a ridere nervosamente. –Ma sarebbe carino se togliessi le unghie dal mio braccio-
Sfilai le unghie e mi sentii in colpa a vagonate.
-Scusa, non amo gli horror-
-Già. Ma come mai sei venuta a vedere un horror, allora?-
-Dubbio legittimo. In realtà non sapevo neanche che film mandavano. Han pagato… loro. Quella piovra laggiù, la vedi? Sono i miei amici. Io li copro, loro mi accompagnano e pagano tutto. I genitori non approvano, così lei finge di uscire con me e limona con lui-
-E tu infilzi sempre la gente con le unghie?-
-Meno spesso di quanto credi- ironizzai, pescando un altro pop-corn.
-Come fai?- chiese lui.
-A fare cosa?-
-A mangiare quei cosi senza far rumore-
-Basta tenere la bocca chiusa-
-Fammi provare- disse e io gli allungai il pacchetto.

Fu così che cominciò. Lui non riuscì mai a mangiare pop-corn senza far rumore, nemmeno con la bocca chiusa. Si innamorò di me perché, qualsiasi cosa mangiassi, non facevo rumore e lui poteva godersi i suoi film in pace.
O almeno così disse a mio padre, quando glie lo presentai.
Con questa frase, per quanto idiota, conquistò tutta la mia famiglia. I motivi strani per cui mi amava, divennero il saluto di ogni nostra visita a casa mia.
Mario entrava in casa, salutava, e mio padre gli faceva:
-Perché ami mia figlia?-
-Perché è una coniglietta-
E cose così. Spesso il senso lo capivamo solo noi due, ma andava bene. Lui raccontava sempre che si era innamorato di me per quel ‘It’s a-me, Mario!’ e che lo avevo conquistato definitivamente con i miei biscotti. Io rispondevo che l’avevo amato sin da quando era scoppiato a ridermi in faccia. Quel suo modo di ridere attirava la mia attenzione. Ogni volta che rideva di cuore –cosa che non succedeva così spesso- io mi fermavo, qualsiasi cosa stessi facendo, e lo guardavo. Quando glie lo dicevo, lui fingeva di essere triste. Diceva che non era giusto. Lui trovava ogni giorno un motivo diverso, e io lo amavo ogni giorno per lo stesso motivo.
Quando penso al mio passato, credo di aver cominciato a vivere solo quando l’ho conosciuto. Se non mi concentro mi sembra stupido, ma quando ripenso alla mia famiglia e ai problemi che abbiamo affrontato, diventa sensato. E rido, rido di cuore, quando ripenso alle sue liste.
Le liste dei film da vedere, le liste di libri da comprarmi, le liste dei film da evitare, le liste della spesa, che di solito si perdeva sempre. La lista dei motivi per cui mi amava. Ogni mattina, si alzava un quarto d’ora prima del necessario, si voltava verso di me e rifletteva. Al suonare della sveglia, mi salutava con un bacio e mi diceva perché mi amava, quel giorno. Poi lo scriveva sul suo block notes e mi costringeva ad alzarmi a suon di solletico.
Lo amavo, ma non era perfetto. E non era sempre allegro, sempre divertente, sempre piacevole. Si arrabbiava spesso. Quando si arrabbiava rompeva le cose e io mi spaventavo. Scappavo da lui, anche se sapevo che non mi avrebbe mai toccato. Da quando sono piccola, la cosa di cui ho sempre avuto più paura, è stata la rabbia dell’uomo. Gli uomini non si arrabbiano come le donne. Loro si arrabbiano ‘sul serio’, non ridono più, non pensano più. Mi è sempre dispiaciuto vedere un mio amico, mio padre o il mio ragazzo arrabbiati. Sono convinta che il sorriso e la risata siano le cose più belle del mondo, e i ragazzi sono la personificazione dell’allegria. Anche quando invecchiano e diventano brontoloni, ogni tanto tornano ragazzini e tirano fuori quel sorriso furbetto che fa innamorare noi donne. Quel sorriso da smargiasso (N.A: sbruffone) che gli illumina gli occhi, a cui non possiamo far a meno di rispondere, noi donne.
Bé, è sempre un peccato quando quel sorriso si spegne. Non succede spesso, per fortuna.