Raggiunsi
Giada al cancello d’ingresso. Il matrimonio imminente, l’affaticava e la
illuminava. Energia gioiosa tutta paterna, la sua: mi corse incontro e mi
abbracciò così forte da farmi male. Sentii il suo cuore battere furiosamente
contro il mio seno: mi preoccupai. Cos’era andato storto? Aspettai che fosse
lei a sciogliersi dall’abbraccio. Poi la guardai intensamente, l’ansia che
faceva battere il mio, di cuore.
-Mamma,
sono incinta!-
-Anche
tu?!- Non sembravo felice. Ma lo ero.
-Perché,
sei incinta anche tu?-
Scoppiai
a ridere, lasciandola ancora più interdetta.
-E’
tornato Sam. E ha portato Emanuela… che è incinta.-
Con un
sorrisone, corse dentro casa, urlando per salutare la donna che conosceva da
così tanto, ma che non aveva mai visto. Grazie, internet.
Attesi il
povero Andrea, la cui stanchezza era più che visibile. Gli andai incontro,
quasi a volerlo sorreggere, e lui si appoggiò davvero a me.
-Come hai
fatto a crescerla per tutti quegli anni?- mi chiese.
-Mario
aveva più energie di lei, anche se non era più un ragazzo-
-Fortunata-
borbottò, sbuffando.
Scoppiai
a ridere ed entrammo.
La casa
era disordinata, caotica come non la vedevo da anni. Scarpe, calzini, oggetti
volanti di dubbia natura. I bambini erano stranamente tranquilli: frastornati
dall’improvvisa energia degli adulti se ne stavano in un angolino a masticare
biscotti. Emanuela, il pancione fasciato da un vestito verde smeraldo comparso
dal nulla, parlava, instancabile. Accoglieva parenti, rassicurava lo sposo
(relegato in un angolino della casa, come i bambini, solo un po’ più solo),
andava ad aiutare la sposa, chiamava a destra e a manca per assicurarsi che
fosse tutto pronto. Da parte mia, me ne stavo in cucina a far finta di avere
qualcosa da fare. Smuovevo piatti vuoti, asciugavo bicchieri asciutti, fissavo
il forno come se stessi controllando qualcosa. Gli invitati arrivavano a
frotte: la maggior parte si riuniva in sala, qualcuno passava in cucina per
servirsi, qualcuno addirittura mi salutava.
Passò il
tempo. Lo sposo venne cacciato via: era ora di andare in chiesa. Damigelle dai
lunghi abiti, e accompagnatori torturati da cravatte troppo strette si
avviarono. I bambini, Emanuela e Samuel mi salutarono e partirono a loro volta.
Io andai dalla sposa. Giada splendeva, sorridente, avvolta in strati di stoffa
bianca. Sorrideva tanto da obbligare anche me a sorridere. La strinsi, attenta
a non rovinarle il trucco –accuratissimo e forse un po’ troppo pesante-. Aprii
la bocca per dirglielo. Ci ripensai.
-Sei
pronta?-
-Mi
accompagni all’altare?-
Sobbalzai.
–Cosa?-
-Mi… mi
accompagni all’altare? Per favore-
Non
riuscii a rifletterci lucidamente. Non ero neanche sicura di poterlo fare.
-D’accordo-
Le porsi
il braccio, come per fare una prova, e lei l’accettò con un risolino: ci
avviammo alla macchina. La strada era breve, e procedette silenziosa, liscia:
la chiesa mi apparve davanti solo quando Giada mi disse di fermarmi. Scesi,
aprii la porta a mia figlia: raggiungemmo l’ingresso. Io le porsi il braccio
nello stesso identico modo in cui l’avevo fatto pochi minuti prima. Lei lo
prese. La chiesa era buia, nient’affatto illuminata: l’ingresso era l’unica
fonte luminosa. Pensai di dire qualcosa, ma nessuno fiatava e non volevo fare
qualcosa di sbagliato. Non avevo un gran esperienza in fatto di matrimoni.
Così, camminai: e vidi mia figlia illuminarsi di più ad ogni passo.
Letteralmente. La lasciai accanto ad Andre con gli occhi umidi. Lui mi
guardava; sorrideva. Avevo l’impressione che tutti stessero facendo lo stesso.
Giada, di sicuro. Mi si avvicinò e sussurrò: - Perché dovrei rispettare
tradizioni tanto antiche, se non voglio?-
Mi
commossi. E giurai di aver sentito la voce di Mario, alle mie spalle,
sussurrami: -Non è giusto. Io trovo ogni giorno un motivo diverso, e tu mi ami
ogni giorno per lo stesso motivo-
Le fenici
non sono le uniche a rinascere: anche le persone, ogni tanto, ne hanno bisogno.
Fu quello che successe a me, il giorno del matrimonio di Giada. Forse fu grazie
a quella voce. Un ricordo? Una fantasia? Un segnale di pazzia? Forse. O forse
lo sentii davvero. Non sono una persona religiosa: non riesco a credere negli
angeli. Ma non sono neanche troppo scettica: San Tommaso aveva ragione solo in
parte, quando diceva ‘se non vedo, non credo’. Non so cosa successe quel
giorno: ma mi permise di recuperare un pezzetto di me. O di perderlo. Fatto sta
che smisi di sentire quella mancanza fisica, e cominciai a svegliarmi bella
pimpante. Divenni più appiccicosa, coi miei figli, ma la cosa non sembrò
disturbarli più di tanto. Immagino faccia comodo avere una nonna disposta a
tenersi i nipoti per una settimana. Fatto sta che ora sono qui, sul mio bel letto
morbido. Io ho ottant’anni, lui cinquanta. Sento che è stanco, che vuole andare
a dormire. Ripenso per un momento a quando è nato: è stato il primo mobile di
casa. L’unico che ci servisse, a detta di Mario, il giorno delle nozze. E’ un
flash, sbiadito, troppo breve. Il letto ha molto sonno: dice che potrebbe
dormire per l’eternità. Così sorrido un’ultima volta e chiudo gli occhi.
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