Anno: 2015
Editore: Newton Compton
Pagine: 320
Prezzo: 4.90 €
Un Thriller. Ora. Partiamo dal presupposto che io, di solito, non leggo thriller.
Non che ci sia un motivo particolare. E' che semplicemente non ho mai capito che cacchio fosse un thriller, quindi anche se ne ho letti non me ne sono accorta.
E sorvoliamo sul fatto che, spesso e volentieri, a mettermi ansia sono i libri romantici o d'avventura. Perché tanto lo sappiamo tutti, ormai, che le etichette sono come il meteo: c'azzecano una volta su dieci.
"Se non riesce a ricordare, per cosa può star male?"
Una brava ragazza. Un titolo che potrebbe ingannare (non fossere per il "UN GRANDE THRILLER" che ti sbattono in faccia), potrebbe far pensare ad una storia d'amore. Cosa che peraltro c'è. E se fossi poco meno vecchia e poco meno controllata scoppierei in lacrime qui, sopra la tastiera del mio sgangherato pc.
Ma andiamo con calma, che la fretta non si addice a queste nuvolose giornate settembrine: la prima cosa che vi salterebbe all'occhio, se aveste sfogliato il sopracitato volume, sarebbe la particolare struttura dei capitoli. Già dall'indice è infatti possibile vedere che ogni capitolo -privo di numerazione- al posto del titolo ha due elementi.
Un nome (Eve, Gabe, Colin) e un'indicazione temporale (Prima, Dopo, Vigilia di Natale). Questa è una delle caratteristiche più intriganti del romanzo: la Kubica -scrittrice emergente che ha fatto il botto perché ODDIONONCICREDO è riuscita a fare qualcosa di un minimo innovativo senza rendere il romanzo minimamente più pesante o illegibile. Alla faccia di chi dice che è impossibile innovare!- ha deciso di raccontarci la storia del rapimento di Mia, attraverso gli occhi della madre, dell'investigatore che si preoccuperà di ritrovarla e del suo rapitore.
Non vedremo mai nulla raccontato dal punto di vista di Mia. Inoltre, la Mary cara, si è premurata di fare una cosa importantissima: farci conoscere i personaggi che si muovono all'interno della sua storia. Attraverso racconti, flashback, piccoli gesti, frasi, tutti strutturati in un ordine di 'Prima e Dopo' difficilissimo da seguire al momento, ma che la nostra mente riesce a risistemare a storia conclusa, che ci fanno pian piano, quasi inconsciamente, affezionare ai personaggi. E non sappiamo neanche come. Non ci accorgiamo di quando, improvvisamente, quel personaggia sia diventato importante per noi. Forse è solo che, più conosciamo qualcuno, meglio lo comprendiamo e questo ce lo fa sentire più vicino, importante.
E sì. Parlo di 'qualcuno'. Perché, è vero, i personaggi non sono reali, sono solo lettere stampate su un foglio di carta: ma quelle lettere, ogni singola virgola e punto, sono state scelte e scritte e pensate da una donna, una persona, che ha riversato il suo tempo, la sua esperienza, la sua passione in ciò che scriveva. E questo rendo molto 'umane' anche creature evanescenti come i personaggi di un romanzo.
La storia, dicevo, ha tracce del romanzo giallo, in sè: Gabe, l'investigato, farà ricerche, scoverà indizi, si troverà una compagnia e si dedicherà a cercare di salvare Mia con un insolito quanto intenso impegno.
Colin, il rapitore, sarà il personaggio che si svelerà pian piano: all'inizio è poco presente, e quando c'è i suoi capitoli sono molto narrativi, decisamente poco incentrati su ciò che lui prova. Si avverte il senso pratico di quest'uomo, il suo essere rustico, il suo non voler stare mai fermo.
Eve, invece, la madre di Mia, riempie le sua pagine di ricordi: un marito che ha perduto, una figlia che teme di perdere, una vita che si trascina giorno dopo giorno, senza mai fare davvero ciò che si vorrebbe fare. Questo, forse, è il persoanggio che mi ha colpito di più. Molte tra le riflessioni della donna rigurdano il suo essere stata madre, la consapevolezza che avrebbe potuto e avrebbe dovuto fare di più. E' bello vedere come la donna dubiti del suo ruolo, sapendo che potrebbe perdere la figlia. Ma è anche bello vedere come, pur avendo due figlie, pur sentendo di non essere stata abbastanza madre, non dedichi mai un pensiero a Grace, la sorella maggiore di Mia. Questa mancanza -che potrebbe apparire assurda- è in realtà molto umana. E questo particolare è quel che si potrebbe riunire in quel concetto di 'fallibilità' umana. Questo è ciò che ci fa sentire un personaggio molto vicino, a volte. Questo ce lo rende simpatico perché anche noi ci siamo sentiti così, anche noi abbiamo avuto paura di perdere qualcuno -o qualcosa- e abbiamo cominciato a farci mille dubbi. E forse anche noi abbiamo dato il massimo, nonostante la notte le lacrime, i mal di testa, e i brutti pensieri ci avessero privato di un sonno tranquillo. Vicinanza nel momento dello sconforto e desiderio di avere quella stessa forza che dimostra questa madre, quando potrebbe servire, quando un singolo gesto potrebbe fare la differenza.
Molto bello, questa mescolanza tra 'clichè' letterari, un'umanità straripante e un mistero che si svela pian piano, e che non sembra del tutto chiarito neanche alla fine.
"Ci sono dei limiti a ciò che si può fare"
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