Sobbalzai.
Un ragazzino dagli occhi azzurri mi scrollava. Io sbattei le palpebre, confusa.
-Mmmh.
Sei mio nipote?- chiesi con voce rauca, gli occhi cisposi.
-Sì,
nonna. Sono Gianluigi.- il ragazzino mi sorrideva, con un sopracciglio alzato.
Era normale, riuscire a fare quelle facce a cinque anni?
-Ciao
Gigi. Scommetto che hai fame-
-Altrimenti
non ti avrei chiamato- ribatté con aria sdegnosa.
-Piccolo
nipote schiavista-
Ci
fissammo per un momento, le guance gonfie. Poi scoppiammo a ridere: ogni volta
che mi veniva a trovare era la stessa storia. Perdevo trent’anni di vecchiaia e
tornavo ragazzina. A quella che ero prima dell’incidente, prima del matrimonio,
prima di Mario. Il mio piccolo Gigi era l’Elisir di lunga vita.
-All’arrembaggio!-
Emanuela si tuffò sul mio lettone: Claire le si tuffò accanto.
-Oh no!
Sono circondata!- mi nascosi sotto le coperte, ridendo. Nuora e nipoti mi
tirarono fuori a suon di solletico; abitudine consolidata anche questa.
-Prima o
poi vi sconfiggerò!- borbottai, come al solito, avviandomi pigramente in cucina
per preparare la colazione. Ridendo, il gruppo mi seguì: Emanuela, dopo avermi
salutato con più grazia, mi aiutò ad apparecchiare. Osservai mia nuora, fiera
del pancione che cominciava a crescere. Conviveva con Samuel da pochi anni e il
terzo figlio era già in cantiere.
-Manu,
dimmi, hai intenzione di allevare una squadra di calcio?- la stuzzicai.
-Se
Samuel li allenasse, potrei anche pensarci-
-Peccato
che mio figlio riesca a prendere una palla solo in faccia-
Riscoppiammo
a ridere, abbassando il volume di colpo quando mio figliò entrò in cucina.
-Non vi
stancate mai di prendermi in giro?- chiese lui, roteando gli occhi.
-E’
troppo facile, con te. Non resistiamo- gli risposi.
-Che
madre! Poi ti chiedi perché avevo problemi di autostima!- borbottò lui.
-Oh, come
sei noioso- commentò Emanuela, lanciandomi un’occhiata complice. Eravamo
terribili, di mattina. Ma avevamo dei buoni motivi.
-Se tu ti
alzassi ad un orario decente e ci dessi una mano, non ti tratteremmo così- lo
rimbrottai.
Mugugnò
qualcosa. Ridacchiando, lo raggiunsi e gli baciai la fronte. Gli aggiustai i
capelli neri, mentre lui mi trafiggeva con i suoi diamanti azzurri.
-Piantala,
mamma- borbottò.
-Non
posso smettere di essere tua madre!- risposi sorridendo, ma indietreggiai di un
passo. Smilzo, alto, capelli neri, occhi azzurri grandi come l’universo intero.
L’unica cosa che aveva presto da Mario era l’altezza: tutto il resto era un
mistero.
-Sai
tesoro, credo che tu sia stato adottato.-
-‘Credi’?
Cos’è, mi ha portato una cicogna?-
-Oh no,
no. Ti ho sopportato per nove mesi e ti ho partorito, carino. Ma non riesco a
spiegarmi a chi assomigli-
-Forse il
padre non è Mario- scherzò Emanuela.
Ci
bloccammo, io e Samuel. Il ragazzo, dopo aver lanciato un’occhiata
d’avvertimento alla compagna, si concentrò su di me.
-N-non
glie lo hai detto?- chiesi. La mia voce suonò più fievole di quanto avrei
voluto. Samuel scosse la testa, tremante. Il mio istinto materno ebbe il
sopravvento. Dovevo controllarmi. Anche se avrei volentieri lasciato quella casa
per uscire e camminare, camminare soltanto per camminare. –Sam, vai a giocare
con i bambini- gli dissi, facendogli un cenno col capo. Lui ubbidì. Sentii le
spalle rigide, ricurve. Cercai di rilassarle. Mi sedetti al tavolo e invitai
Emanuela a fare altrettanto. Lei mi guardava confusa.
-Emanuela,
Mario è morto- un sospiro, nulla più.
-Da… da
quanto?- anche la sua voce suonava soffocata: aveva le mani davanti alla bocca
e il volto contratto. Provava dolore, più per me che per sé stessa. Non
conosceva Mario. Ma sapeva quanto fosse stato importante per me, per noi. –Sei
anni, più o meno-
-Non lo
sapevo… davvero, mi dispiace, non immaginavo che…-
Le
sorrisi e lei strizzò gli occhi, inghiottendo le altre scuse.
-Non
potevi. Samuel ha scelto di non dirtelo. Anche se non so perché-
-Neanch’io…-
Ci
fissammo per un momento. Io allungai la mano sul tavolo: lei me l’afferrò e la
strinse. Forte, più del dovuto. Strinsi anch’io. Quello era il nostro gesto.
Serviva a farci andare avanti. Quando un’emozione troppo forte assaliva l’una o
l’altra, ci stringevamo la mano per evitare di sbottare. Là, in America, a
Emanuela era servito spesso per evitare di rispondere male a qualcuno. Io,
masticando a malapena l’inglese, non ne avevo avuto bisogno. A me era servito
quando Samuel mi aveva portato nel suo ufficio, sempre in America. C’era il suo
capo, i suoi colleghi. Non potevo mettermi a saltellare dalla gioia. Non potevo
abbracciare mio figlio e dedicargli tutte quelle smancerie da madre orgogliosa
che mi frizzavano dentro. Così avevo afferrato la mano di Emanuela e glie
l’avevo strizzata. Uscita dall’ufficio avevo stritolato Samuel in un enorme
abbraccio mammesco: non avevo resistito. A lui non era dispiaciuto, fin quando
non avevamo intravisto il suo capo che ci fissava stupito. Io gli avevo rivolto
un largo sorriso. Il capo aveva contraccambiato. L’avevo capito: era padre
anche lui. Ma Samuel non doveva averlo notato: mi aveva trascinato in macchina
e mi aveva proibito severamente di tornare a trovarlo. Così erano passati sei
mesi e ora loro erano venuti a trovare me, finalmente. Dopo aver passato
quattro anni nella grande America doveva essere stato strano tornare nella nostra
stretta e corta cittadina, senza enormi negozi pronti a soddisfare ogni
capriccio e grandi folle di persone in movimento tra cui confondersi. Era un
buon momento per tornare, però: un matrimonio. Emanuela si scusò e andò in
bagno a ricomporsi. Io raggiunsi Samuel, Claire e Gigi in salone. I bambini
ruzzolavano a terra, facendo a gara.
-TANTOVINCOIO!-
strillava Claire. Le urla di risposta di Gigi erano troppo fievoli per essere
comprese: eppure Sam riuscì ad accorgersi di me. Si voltò, quasi l’avessi chiamato
io stessa, e mi guardò. Con gli occhi spalancati, colpevoli: un bambino colto
in fallo.
-Mamma…-
-Sì?- che
brutto non riuscire a tirar fuori altro che quella vocina esile.
-Mi
dispiace-
-Di
cosa?-
Boccheggiò.
Sembrava non saperlo neanche lui. Scosse la testa.
-Mi
dispiace- ripeté. I bambini avevano smesso di giocare e ci fissavano. Io li
raggiunsi e presi in braccio Claire. Le diedi un buffetto sulla boccuccia
silenziosa.
-Hai
vinto?-
-Certo!-
esclamò, gli occhi che brillavano, mentre il fratello protestava a gran voce.
Mi avviai verso la cucina: e mentre i bambini tornavano a bisticciare, mi
voltai e feci cenno a Samuel di venire con noi.