sabato 28 novembre 2015

La Vita di Ermenegilda ~ Parte 6 | RaccontaciUnaStoria... #6

Raggiunsi Giada al cancello d’ingresso. Il matrimonio imminente, l’affaticava e la illuminava. Energia gioiosa tutta paterna, la sua: mi corse incontro e mi abbracciò così forte da farmi male. Sentii il suo cuore battere furiosamente contro il mio seno: mi preoccupai. Cos’era andato storto? Aspettai che fosse lei a sciogliersi dall’abbraccio. Poi la guardai intensamente, l’ansia che faceva battere il mio, di cuore.
-Mamma, sono incinta!-
-Anche tu?!- Non sembravo felice. Ma lo ero.
-Perché, sei incinta anche tu?-
Scoppiai a ridere, lasciandola ancora più interdetta.
-E’ tornato Sam. E ha portato Emanuela… che è incinta.-
Con un sorrisone, corse dentro casa, urlando per salutare la donna che conosceva da così tanto, ma che non aveva mai visto. Grazie, internet.
Attesi il povero Andrea, la cui stanchezza era più che visibile. Gli andai incontro, quasi a volerlo sorreggere, e lui si appoggiò davvero a me.
-Come hai fatto a crescerla per tutti quegli anni?- mi chiese.
-Mario aveva più energie di lei, anche se non era più un ragazzo-
-Fortunata- borbottò, sbuffando.
Scoppiai a ridere ed entrammo.

La casa era disordinata, caotica come non la vedevo da anni. Scarpe, calzini, oggetti volanti di dubbia natura. I bambini erano stranamente tranquilli: frastornati dall’improvvisa energia degli adulti se ne stavano in un angolino a masticare biscotti. Emanuela, il pancione fasciato da un vestito verde smeraldo comparso dal nulla, parlava, instancabile. Accoglieva parenti, rassicurava lo sposo (relegato in un angolino della casa, come i bambini, solo un po’ più solo), andava ad aiutare la sposa, chiamava a destra e a manca per assicurarsi che fosse tutto pronto. Da parte mia, me ne stavo in cucina a far finta di avere qualcosa da fare. Smuovevo piatti vuoti, asciugavo bicchieri asciutti, fissavo il forno come se stessi controllando qualcosa. Gli invitati arrivavano a frotte: la maggior parte si riuniva in sala, qualcuno passava in cucina per servirsi, qualcuno addirittura mi salutava.
Passò il tempo. Lo sposo venne cacciato via: era ora di andare in chiesa. Damigelle dai lunghi abiti, e accompagnatori torturati da cravatte troppo strette si avviarono. I bambini, Emanuela e Samuel mi salutarono e partirono a loro volta. Io andai dalla sposa. Giada splendeva, sorridente, avvolta in strati di stoffa bianca. Sorrideva tanto da obbligare anche me a sorridere. La strinsi, attenta a non rovinarle il trucco –accuratissimo e forse un po’ troppo pesante-. Aprii la bocca per dirglielo. Ci ripensai.
-Sei pronta?-
-Mi accompagni all’altare?-
Sobbalzai. –Cosa?-
-Mi… mi accompagni all’altare? Per favore-
Non riuscii a rifletterci lucidamente. Non ero neanche sicura di poterlo fare.
-D’accordo-
Le porsi il braccio, come per fare una prova, e lei l’accettò con un risolino: ci avviammo alla macchina. La strada era breve, e procedette silenziosa, liscia: la chiesa mi apparve davanti solo quando Giada mi disse di fermarmi. Scesi, aprii la porta a mia figlia: raggiungemmo l’ingresso. Io le porsi il braccio nello stesso identico modo in cui l’avevo fatto pochi minuti prima. Lei lo prese. La chiesa era buia, nient’affatto illuminata: l’ingresso era l’unica fonte luminosa. Pensai di dire qualcosa, ma nessuno fiatava e non volevo fare qualcosa di sbagliato. Non avevo un gran esperienza in fatto di matrimoni. Così, camminai: e vidi mia figlia illuminarsi di più ad ogni passo. Letteralmente. La lasciai accanto ad Andre con gli occhi umidi. Lui mi guardava; sorrideva. Avevo l’impressione che tutti stessero facendo lo stesso. Giada, di sicuro. Mi si avvicinò e sussurrò: - Perché dovrei rispettare tradizioni tanto antiche, se non voglio?-
Mi commossi. E giurai di aver sentito la voce di Mario, alle mie spalle, sussurrami: -Non è giusto. Io trovo ogni giorno un motivo diverso, e tu mi ami ogni giorno per lo stesso motivo-


Le fenici non sono le uniche a rinascere: anche le persone, ogni tanto, ne hanno bisogno. Fu quello che successe a me, il giorno del matrimonio di Giada. Forse fu grazie a quella voce. Un ricordo? Una fantasia? Un segnale di pazzia? Forse. O forse lo sentii davvero. Non sono una persona religiosa: non riesco a credere negli angeli. Ma non sono neanche troppo scettica: San Tommaso aveva ragione solo in parte, quando diceva ‘se non vedo, non credo’. Non so cosa successe quel giorno: ma mi permise di recuperare un pezzetto di me. O di perderlo. Fatto sta che smisi di sentire quella mancanza fisica, e cominciai a svegliarmi bella pimpante. Divenni più appiccicosa, coi miei figli, ma la cosa non sembrò disturbarli più di tanto. Immagino faccia comodo avere una nonna disposta a tenersi i nipoti per una settimana. Fatto sta che ora sono qui, sul mio bel letto morbido. Io ho ottant’anni, lui cinquanta. Sento che è stanco, che vuole andare a dormire. Ripenso per un momento a quando è nato: è stato il primo mobile di casa. L’unico che ci servisse, a detta di Mario, il giorno delle nozze. E’ un flash, sbiadito, troppo breve. Il letto ha molto sonno: dice che potrebbe dormire per l’eternità. Così sorrido un’ultima volta e chiudo gli occhi.

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