sabato 21 novembre 2015

La Vita di Ermenegilda ~ Parte 1 | RaccontaciUnaStoria... #1

La Vita di Ermenegilda

-o anche -
Pop-corn, oro saiwa e Torte all’Amarena (inesistenti)


Mi sedetti e sgranocchiai i miei pop-corn, stravaccata sulla poltroncina. Cinema, finalmente. Io, la mia amica e il suo ragazzo. Li cercai con lo sguardo e li trovai seduti nei posti più in basso. Sospirai e mi voltai. Riconobbi il trentenne alla mia sinistra, boccheggiai e lo indicai a nessuno in particolare.
Il tipo se ne accorse e mi guardò come avrebbe fatto con un chihuahua pianista.
-…Salve?-
-Tu sei il tipo che fa video sul tubo!-
-Sì, sono io!- rispose sorridendo. Non avevo ancora smesso di additarlo.
-Ti seguo da tantissimo! Considera che il nome del tuo canale è il mio nome! Cioè al femminile, ma è il mio nome-
Il ragazzo mi guardò un momento, perplesso.
-Aspetta, stai dicendo che ti chiami Ermenegilda?-
-Sì!-
Mi scoppiò a ridere in faccia senza ritegno.
-Mi stai prendendo in giro, spero- fece poi. Io misi il broncio.
-Chiedilo all’anagrafe, simpaticone. E scoppia a ridere in faccia a mio padre, se proprio devi. Non l’ho scelto io il mio nome-
Lui si scusò e io tornai a sorridere.
-Comunque, io mi chiamo Mario- si presentò e mi porse la mano.
-It’s a-me, Mario!- squittii, prima di coprirmi la mano con la bocca per nascondere le risate. –Scusa, mi è venuto spontaneo-
-Figurati- fece lui, sorridendo.
Si spensero le luci e smettemmo di parlare.
Cominciò il film. Capii dal titolo che non faceva per me. ‘Zero sopravvissuti’. Horror e brutto, un mix micidiale. Dopo dieci minuti mi aggrappai ai braccioli della poltroncina, terrorizzata.
-Che cazzo sto guardando- mormorai, tremando.
-Sullo schermo non ne vedo, quindi non saprei- mi disse Mario, e io scoppiai a ridere nervosamente. –Ma sarebbe carino se togliessi le unghie dal mio braccio-
Sfilai le unghie e mi sentii in colpa a vagonate.
-Scusa, non amo gli horror-
-Già. Ma come mai sei venuta a vedere un horror, allora?-
-Dubbio legittimo. In realtà non sapevo neanche che film mandavano. Han pagato… loro. Quella piovra laggiù, la vedi? Sono i miei amici. Io li copro, loro mi accompagnano e pagano tutto. I genitori non approvano, così lei finge di uscire con me e limona con lui-
-E tu infilzi sempre la gente con le unghie?-
-Meno spesso di quanto credi- ironizzai, pescando un altro pop-corn.
-Come fai?- chiese lui.
-A fare cosa?-
-A mangiare quei cosi senza far rumore-
-Basta tenere la bocca chiusa-
-Fammi provare- disse e io gli allungai il pacchetto.

Fu così che cominciò. Lui non riuscì mai a mangiare pop-corn senza far rumore, nemmeno con la bocca chiusa. Si innamorò di me perché, qualsiasi cosa mangiassi, non facevo rumore e lui poteva godersi i suoi film in pace.
O almeno così disse a mio padre, quando glie lo presentai.
Con questa frase, per quanto idiota, conquistò tutta la mia famiglia. I motivi strani per cui mi amava, divennero il saluto di ogni nostra visita a casa mia.
Mario entrava in casa, salutava, e mio padre gli faceva:
-Perché ami mia figlia?-
-Perché è una coniglietta-
E cose così. Spesso il senso lo capivamo solo noi due, ma andava bene. Lui raccontava sempre che si era innamorato di me per quel ‘It’s a-me, Mario!’ e che lo avevo conquistato definitivamente con i miei biscotti. Io rispondevo che l’avevo amato sin da quando era scoppiato a ridermi in faccia. Quel suo modo di ridere attirava la mia attenzione. Ogni volta che rideva di cuore –cosa che non succedeva così spesso- io mi fermavo, qualsiasi cosa stessi facendo, e lo guardavo. Quando glie lo dicevo, lui fingeva di essere triste. Diceva che non era giusto. Lui trovava ogni giorno un motivo diverso, e io lo amavo ogni giorno per lo stesso motivo.
Quando penso al mio passato, credo di aver cominciato a vivere solo quando l’ho conosciuto. Se non mi concentro mi sembra stupido, ma quando ripenso alla mia famiglia e ai problemi che abbiamo affrontato, diventa sensato. E rido, rido di cuore, quando ripenso alle sue liste.
Le liste dei film da vedere, le liste di libri da comprarmi, le liste dei film da evitare, le liste della spesa, che di solito si perdeva sempre. La lista dei motivi per cui mi amava. Ogni mattina, si alzava un quarto d’ora prima del necessario, si voltava verso di me e rifletteva. Al suonare della sveglia, mi salutava con un bacio e mi diceva perché mi amava, quel giorno. Poi lo scriveva sul suo block notes e mi costringeva ad alzarmi a suon di solletico.
Lo amavo, ma non era perfetto. E non era sempre allegro, sempre divertente, sempre piacevole. Si arrabbiava spesso. Quando si arrabbiava rompeva le cose e io mi spaventavo. Scappavo da lui, anche se sapevo che non mi avrebbe mai toccato. Da quando sono piccola, la cosa di cui ho sempre avuto più paura, è stata la rabbia dell’uomo. Gli uomini non si arrabbiano come le donne. Loro si arrabbiano ‘sul serio’, non ridono più, non pensano più. Mi è sempre dispiaciuto vedere un mio amico, mio padre o il mio ragazzo arrabbiati. Sono convinta che il sorriso e la risata siano le cose più belle del mondo, e i ragazzi sono la personificazione dell’allegria. Anche quando invecchiano e diventano brontoloni, ogni tanto tornano ragazzini e tirano fuori quel sorriso furbetto che fa innamorare noi donne. Quel sorriso da smargiasso (N.A: sbruffone) che gli illumina gli occhi, a cui non possiamo far a meno di rispondere, noi donne.
Bé, è sempre un peccato quando quel sorriso si spegne. Non succede spesso, per fortuna.

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