La
Vita di Ermenegilda
-o anche -
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Pop-corn, oro saiwa e Torte
all’Amarena (inesistenti)
Mi
sedetti e sgranocchiai i miei pop-corn, stravaccata sulla poltroncina. Cinema,
finalmente. Io, la mia amica e il suo ragazzo. Li cercai con lo sguardo e li
trovai seduti nei posti più in basso. Sospirai e mi voltai. Riconobbi il trentenne alla
mia sinistra, boccheggiai e lo indicai a nessuno in particolare.
Il tipo
se ne accorse e mi guardò come avrebbe fatto con un chihuahua pianista.
-…Salve?-
-Tu sei
il tipo che fa video sul tubo!-
-Sì, sono
io!- rispose sorridendo. Non avevo ancora smesso di additarlo.
-Ti seguo
da tantissimo! Considera che il nome del tuo canale è il mio nome! Cioè al
femminile, ma è il mio nome-
Il
ragazzo mi guardò un momento, perplesso.
-Aspetta,
stai dicendo che ti chiami Ermenegilda?-
-Sì!-
Mi
scoppiò a ridere in faccia senza ritegno.
-Mi stai
prendendo in giro, spero- fece poi. Io misi il broncio.
-Chiedilo
all’anagrafe, simpaticone. E scoppia a ridere in faccia a mio padre, se proprio
devi. Non l’ho scelto io il mio nome-
Lui si
scusò e io tornai a sorridere.
-Comunque,
io mi chiamo Mario- si presentò e mi porse la mano.
-It’s a-me,
Mario!- squittii, prima di coprirmi la mano con la bocca per nascondere le
risate. –Scusa, mi è venuto spontaneo-
-Figurati-
fece lui, sorridendo.
Si
spensero le luci e smettemmo di parlare.
Cominciò
il film. Capii dal titolo che non faceva per me. ‘Zero sopravvissuti’. Horror e
brutto, un mix micidiale. Dopo dieci minuti mi aggrappai ai braccioli della
poltroncina, terrorizzata.
-Che
cazzo sto guardando- mormorai, tremando.
-Sullo
schermo non ne vedo, quindi non saprei- mi disse Mario, e io scoppiai a ridere
nervosamente. –Ma sarebbe carino se togliessi le unghie dal mio braccio-
Sfilai le
unghie e mi sentii in colpa a vagonate.
-Scusa,
non amo gli horror-
-Già. Ma
come mai sei venuta a vedere un horror, allora?-
-Dubbio
legittimo. In realtà non sapevo neanche che film mandavano. Han pagato… loro.
Quella piovra laggiù, la vedi? Sono i miei amici. Io li copro, loro mi
accompagnano e pagano tutto. I genitori non approvano, così lei finge di uscire
con me e limona con lui-
-E tu
infilzi sempre la gente con le unghie?-
-Meno
spesso di quanto credi- ironizzai, pescando un altro pop-corn.
-Come
fai?- chiese lui.
-A fare
cosa?-
-A
mangiare quei cosi senza far rumore-
-Basta
tenere la bocca chiusa-
-Fammi
provare- disse e io gli allungai il pacchetto.
Fu così
che cominciò. Lui non riuscì mai a mangiare pop-corn senza far rumore, nemmeno
con la bocca chiusa. Si innamorò di me perché, qualsiasi cosa mangiassi, non
facevo rumore e lui poteva godersi i suoi film in pace.
O almeno
così disse a mio padre, quando glie lo presentai.
Con
questa frase, per quanto idiota, conquistò tutta la mia famiglia. I motivi
strani per cui mi amava, divennero il saluto di ogni nostra visita a casa mia.
Mario
entrava in casa, salutava, e mio padre gli faceva:
-Perché
ami mia figlia?-
-Perché è
una coniglietta-
E cose
così. Spesso il senso lo capivamo solo noi due, ma andava bene. Lui raccontava
sempre che si era innamorato di me per quel ‘It’s a-me, Mario!’ e che lo avevo
conquistato definitivamente con i miei biscotti. Io rispondevo che l’avevo amato
sin da quando era scoppiato a ridermi in faccia. Quel suo modo di ridere
attirava la mia attenzione. Ogni volta che rideva di cuore –cosa che non
succedeva così spesso- io mi fermavo, qualsiasi cosa stessi facendo, e lo
guardavo. Quando glie lo dicevo, lui fingeva di essere triste. Diceva che non
era giusto. Lui trovava ogni giorno un motivo diverso, e io lo amavo ogni giorno
per lo stesso motivo.
Quando
penso al mio passato, credo di aver cominciato a vivere solo quando l’ho
conosciuto. Se non mi concentro mi sembra stupido, ma quando ripenso alla mia
famiglia e ai problemi che abbiamo affrontato, diventa sensato. E rido, rido di
cuore, quando ripenso alle sue liste.
Le liste
dei film da vedere, le liste di libri da comprarmi, le liste dei film da
evitare, le liste della spesa, che di solito si perdeva sempre. La lista dei
motivi per cui mi amava. Ogni mattina, si alzava un quarto d’ora prima del
necessario, si voltava verso di me e rifletteva. Al suonare della sveglia, mi
salutava con un bacio e mi diceva perché mi amava, quel giorno. Poi lo scriveva
sul suo block notes e mi costringeva ad alzarmi a suon di solletico.
Lo amavo,
ma non era perfetto. E non era sempre allegro, sempre divertente, sempre
piacevole. Si arrabbiava spesso. Quando si arrabbiava rompeva le cose e io mi
spaventavo. Scappavo da lui, anche se sapevo che non mi avrebbe mai toccato. Da
quando sono piccola, la cosa di cui ho sempre avuto più paura, è stata la
rabbia dell’uomo. Gli uomini non si arrabbiano come le donne. Loro si
arrabbiano ‘sul serio’, non ridono più, non pensano più. Mi è sempre
dispiaciuto vedere un mio amico, mio padre o il mio ragazzo arrabbiati. Sono
convinta che il sorriso e la risata siano le cose più belle del mondo, e i
ragazzi sono la personificazione dell’allegria. Anche quando invecchiano e
diventano brontoloni, ogni tanto tornano ragazzini e tirano fuori quel sorriso
furbetto che fa innamorare noi donne. Quel sorriso da smargiasso (N.A:
sbruffone) che gli illumina gli occhi, a cui non possiamo far a meno di
rispondere, noi donne.
Bé, è
sempre un peccato quando quel sorriso si spegne. Non succede spesso, per
fortuna.
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